Ecco il racconto della tempesta Coronavirus dalla finestra di uno dei tanti ospedali lombardi che hanno dovuto reinventarsi nel giro di poche ore. Una trasformazione da veri supereroi, come qualcuno ama chiamare gli operatori, anche se loro si definiscono persone che fanno soltanto il proprio dovere

di Stefania CECCHETTI

ospedale di Garbagnate
Servizio fotografico di Fedele Costadura

«Ci hanno chiamati eroi, ma in realtà è questo quello che facciamo ogni giorno, anche prima del Coronavirus: dare sempre il massimo per assistere e accompagnare il paziente». Laura Zoppini, direttore delle professioni sanitarie e sociali dell’Asst Rhodense, inizia con questo tributo alla sua categoria il suo racconto della tempesta Coronavirus che ha travolto l’ospedale di Garbagnate.
Una struttura che, come quasi tutte quelle lombarde, ha dovuto reinventarsi da cima a fondo in poche ore, come spiega Ida Ramponi, direttrice generale dell’Asst Rhodense, cui fanno capo gli ospedali di Garbagnate, Rho, Passirana e Bollate: «La Asst Rhodense non aveva e non ha degenza per le malattie infettive. Questo ci ha dato un piccolissimo “vantaggio” per poterci organizzare, perché i primissimi pazienti Covid sono stati portati in strutture attrezzate per le malattie infettive. Ma sono bastate 24 ore per avere il pronto soccorso pieno di accessi con sintomi da Coronavirus. Una media di 70 persone al giorno».

La riorganizzazione ha trasformato in una settimana l’ospedale di Garbagnate in una struttura totalmente Covid, che nel periodo del picco epidemico ha ospitato fino a 350 pazienti complessivi: «Siamo passati da 7 posti di terapia intensiva a 36 – spiega Ramponi -. L’ospedale di Rho non è stato convertito interamente al Covid, ma ha contribuito in larga misura, sia fornendo personale e farmaci, sia accogliendo i malati che non necessitavano di terapia intensiva».

Naturalmente il personale sanitario si è trovato a dover svolgere nuove mansioni, racconta Laura Zoppini, ad adattarsi a modelli organizzativi diversi: «La risposta è stata straordinaria, tutti si sono adattati con estrema flessibilità e responsabilità. A cominciare dal personale di sala operatoria, il quale, quando abbiamo chiuso le sale operatorie per trasformarle in un’unica grande rianimazione, si è trovato ad assistere pazienti intubati, molto critici. E non è propriamente la stessa cosa. Ma penso anche a chi, semplicemente, si è prestato a trasportare farmaci da un reparto all’altro per evitare che gli infermieri addetti all’assistenza dovessero spostarsi attraverso aree dell’ospedale Covid-free».

Certo, la fatica fisica l’ha fatta da padrona, spiega ancora Zoppini: «Il carico di lavoro è molto intenso e i dispositivi di protezione individuale molto pesanti da sopportare per un turno intero. Inoltre, portare l’attenzione su ogni singolo gesto, autocontrollarsi continuamente, è fonte di grande stress. Per questo come ospedale abbiamo cercato di rendere più sostenibili le giornate di lavoro, sia attraverso la distribuzione di generi di ristoro, per i tanti che non riuscivano nemmeno a fermarsi per una breve pausa, sia attraverso un progetto aziendale orientato al supporto psicologico, del quale hanno potuto usufruire anche i pazienti e i loro familiari, oltre agli operatori».

Delle fatiche, infatti, quella forse più pesante è stata gestire il carico emotivo: «Come infermieri, viviamo la responsabilità di accompagnare globalmente il paziente, promuovendo non solo la sua salute, ma anche la sua qualità di vita nell’ambito della sua esperienza di malattia – spiega Zoppini -. Questo significa sia valorizzare la vicinanza con la sua famiglia, sia confortare direttamente il malato, anche attraverso il contatto fisico, lo sguardo, la relazione spirituale e il sollievo. Non sempre tutto questo è stato possibile con i pazienti Covid: molti infermieri raccontano di quanto sia stato terribile non poterli quasi toccare, vedere l’angoscia nei loro occhi poco prima della sedazione per essere intubati, con la paura che avrebbero potuto non svegliarsi più. Ed è stato tremendo vederli così, soli, senza il conforto della famiglia, anche quando stavano andando incontro alla morte».

Per questo gli infermieri hanno cercato il più possibile di fare da ponte con le famiglie: «Grazie ad alcune donazioni abbiamo avuto a disposizione tablet per mettere i malati in contatto con i loro cari», racconta Zoppini. E la gioia per ogni guarigione è stata grande: «Giorni fa abbiamo dimesso un paziente di Bergamo e, anche se era sabato, i colleghi sono venuti tutti a salutarlo, nel modo in cui abbiamo salutato sempre i pazienti guariti, o coloro che uscivano dalla terapia intensiva: con un grande applauso lungo tutto il corridoio. Il tempo che stiamo vivendo ci insegna che essere riconosciuti passa soprattutto dagli sguardi e dalle mani, dall’esserci e dal gesto di cura, elementi straordinari dell’essere infermiere».

Adesso l’emergenza sta lentamente rientrando, illustra Ramponi: «I pazienti in terapia intensiva sono drasticamente diminuiti. Non sono un medico, ma a mio parere non si tornerà ai numeri della fase critica, nemmeno a seguito delle recenti riaperture. Confido molto sul fatto che la gente abbia capito la gravità della malattia con cui abbiamo a che fare e sono certa che le persone si comporteranno con senso di responsabilità, osservando in maniera scrupolosa le misure di sicurezza che ormai tutti conosciamo».

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