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Riflessione

Fati e Marie, un addio che scuote le coscienze

Una madre e una figlia morte mentre attraversavano il deserto in un’odissea senza speranza. Nell’opinione pubblica l’indignazione iniziale rischia di lasciare spazio all’assuefazione a queste tragedie. A parziale consolazione, il sapere che di fronte alla morte erano insieme

di Alberto GALIMBERTI

27 Luglio 2023
Foto Ahmad Khalifa

La figlia, una bambina, giace inanime. Ha il corpo leggermente rannicchiato. Il viso è come velato, in parte sepolto nella sabbia, in parte rivolto alla madre, accanto, prona, sbaragliata, sconfitta da stenti e sete. L’abbozzo di un amorevole abbraccio, l’ultimo, inesorabilmente mancato. L’alba di una supplichevole preghiera, la più disperata, inascoltata. Subito intorno sterpaglie e silenzio, desolazione e morte.

La foto atterrisce, sconcerta, smorza il respiro in gola. Annuncia una straziante verità, difficile da accettare, dura da digerire. Nessuna fiaba a lieto fine. Nessuna vittoria eclatante. Nessuna speranza di salvezza.

«Dosso Fati e la figlia Marie», ha scritto, in prima pagina, L’Osservatore Romano, restituendo ai due corpi esanimi riversi a terra la dignità di un nome, alla tragedia la giustizia di una storia, «Hanno attraversato un deserto di 416 km, di sabbia spietata, che brucia la pelle, soffoca la voce, seppellisce le speranze di un futuro migliore. Erano persone, non invasori».

Fati e Marie, in cerca di un nuovo, incoraggiante inizio, hanno trovato la fine, tremenda, sul confine tra Tunisia e Libia. Come molti altri, troppi, nelle recenti settimane. Rimbalzata sul web, l’immagine ha suscitato ondate di commozione, armato l’indignazione di governanti e persone comuni. La Commissione di esperti dell’Onu sulla Libia, per citare un esempio, ha apertamente accusato le autorità di Tripoli, indicando complicità dirette nello sfrontato traffico e nella barbara tortura di essere umani; in spregio a trattati e protocolli d’intesa.

Il copione è tragicamente noto: l’ultima recita testimonia soltanto il pericoloso grado di assuefazione raggiunto davanti a simili stragi. All’indomani, costernazione e raccapriccio sono moneta corrente. Dichiarazioni altisonanti, pronunciamenti definitivi, impegni solenni si rincorrono, disputandosi gomito a gomito il primato sui media. Tuttavia, nel volgere di un baleno, sono disattesi; l’eco si spegne, il ricordo affievolisce. Redistribuzione e politiche dei flussi, corridoi umanitari e cooperazione internazionale: soluzioni annunciate con il crisma dell’urgenza morale rimangono lettera morta.

Così le parole pubbliche, come foglie autunnali, si staccano dalla realtà: svuotate di senso sfioriscono nella retorica. Svanita l’emozione e decantato lo sdegno, sul terreno restano l’insipienza dei governi, l’ignavia delle organizzazioni internazionali, l’impotenza di ciascuno di noi.

La foto di Alan

È successo otto anni fa, di fronte alla foto di Alan Kurdi, sdraiato a carponi sulla battigia di Kos, la guancia accarezzata dalle onde. È ricapitato nel maggio 2021, a ridosso di Ceuta, quando un volontario della Croce Rossa ha salvato un neonato dal tumulto delle onde, sollevandolo appena sopra il pelo dell’acqua, inalberando al pari di un trofeo: un potente inno della vita.

È la cruda cronaca di queste ore, al cospetto della tragedia di Fati e Marie, che dovrebbe scuotere coscienze intorpidite, ingenerare concreti cambiamenti, avviare azioni drastiche e determinate.

Le parole al cospetto del dramma della morte suonano sovente stonate, scivolano via, ora enfatiche, ora patetiche. Per questo motivo può accorrere in aiuto un’attitudine particolare, intonata alla speranza e ispirata dalla luce della fede, in grado squarciare le tenebre più fitte.

L’amore di una madre e una figlia è più forte del mondo intero. Dolore e sofferenza, terrore e angoscia, avranno scandito gli ultimi minuti coscienti di Miriam e Fati, sporte sull’abisso della morte, si intuisce, raggelando.

Eppure, radunate le forze e la lucidità residue, ci sarà stato forse lo spazio tenero di un saluto, sicuramente il toccante scambio di uno sguardo infinito, con dentro tutta la vita davanti: l’istante di bellezza che fa splendere sulla disperazione la possibilità della grazia.

E la confessione intima di poche parole, pronunciate a fior di labbra, poco meno di un sussulto del cuore. 
Ti voglio bene, mamma.
Anche io, figlia mia, anche io.