Dopo il Discorso alla città del cardinale Scola si apre il dibattito sul futuro europeo. Parla Enzo Moavero Milanesi, direttore della School of Law dell’Università Luiss, già ministro per gli Affari europei in due Esecutivi

di Pino NARDI

Enzo Moavero Milanesi

«L’Unione Europea si trova in una fase particolare: la vigilia di una serissima riflessione, di un bilancio che può portare al rilancio o a una accelerazione dello sfarinamento del progetto unitario europeo». Lo sostiene Enzo Moavero Milanesi, direttore della School of Law dell’Università Luiss, già ministro per gli Affari europei nei governi Monti e Letta, commentando il Discorso alla città e sottolineando anche il ruolo centrale dei cristiani nella costruzione europea.

Come valuta la scelta del cardinale Scola di dedicare il Discorso alla città proprio all’Europa?
Penso sia una scelta importante, significativa. Come l’Arcivescovo sottolinea nel Discorso, negli ultimi anni abbiamo visto fenomeni epocali, come la globalizzazione, la crisi economica, le grandi migrazioni, le guerre e il terrorismo. Di fronte a questi veri e propri meteoriti, che sono caduti sulla costruzione europea, l’Ue è riuscita a non sfaldarsi, ma non ha saputo rispondere alle aspettative dei cittadini. Questo grave limite lo paghiamo con il ritorno di sentimenti nazionalisti e localistici, con una profonda disaffezione e contrarietà allo stesso progetto d’integrazione europea. Nel 2017, ci saranno elezioni politiche molto importanti proprio nei Paesi attualmente e storicamente chiave per l’Europa, Francia e Germania. È verosimile aspettarsi che, dopo queste tornate elettorali, verso la fine del prossimo anno, ci sia un’iniziativa di profonda riflessione sugli assetti fondamentali dell’Unione. Chi pensa che un’Europa unita sia essenziale per il nostro futuro, deve augurarsi che, a valle di un severo bilancio, ci sia un’azione politica di rilancio; mentre, solo chi ritiene che l’esperienza comunitaria sia sostanzialmente fallita, può lasciare che si esaurisca.

Tuttavia anche in Italia il progetto europeo non riscuote più il consenso di un tempo. Anzi, attaccare l’Europa è diventato oggetto di polemica elettorale…
È vero. Nel nostro Paese la questione europea ha assunto toni negativi nel dibattito politico. Negli ultimi anni – e lo abbiamo visto in maniera molto accesa durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale – esprimersi in modo critico, conflittuale, persino antitetico nei confronti dell’Unione Europea, sembra pagare in termini di consenso. A ben vedere, nel panorama politico nazionale, nessuna forza politica o movimento, fra quelli che raccolgono i favori delle urne, si esprime positivamente in modo schietto sull’Europa. Si passa da chi è decisamente contrario, a chi nel migliore dei casi dice che bisogna cambiare radicalmente “questa Europa”. C’è una profonda, repentina disaffezione per l’idea stessa dell’integrazione europea; in netto contrasto con quanto avveniva prima della crisi finanziaria del 2007-2008, quando in Italia, i cittadini si pronunciavano entusiasti per l’Unione Europea. Magari erano posizioni acritiche, nutrite di atavica sfiducia nelle istituzioni nazionali, ma adesso la tendenza si è palesemente invertita. Colpiscono gli ultimi rilevamenti dell’Eurobarometro che vedono l’Italia fra i 4 Paesi, su 28, in cui l’Ue attira meno del 50% dei cittadini.

Eppure l’Italia ha un grande bisogno d’Europa…
Io penso di sì. Per un Paese come il nostro, il mondo globale e conflittuale di oggi può rivelarsi rischioso perché – per essere molto franchi – non abbiamo una forza economica, politica e di difesa tale da illuderci di poter affrontare da soli fenomeni che sono – come il Cardinale sottolinea nel suo testo – planetari, epocali, giganteschi. È un rischio concreto per il Paese, visto che tanti problemi di cui soffriamo (scarsa crescita economica, disoccupazione, impatto dei migranti che crea emozioni contradittorie fra paura e solidarietà) si affrontano meglio in una dimensione superiore alla mera scala nazionale, come è quella europea.

Quale ruolo possono giocare Milano e la Lombardia?
Milano e la Lombardia rappresentano un’area geografica territoriale dell’Unione Europea che si situa ai primi posti, come capacità e vitalità economica e intellettuale. Trovo estremamente interessante la sottolineatura del Cardinale quando dice che Milano non è una città che è cresciuta per la localizzazione di risorse di materie prime oppure perché si trovava in un particolare punto di traffici di carattere coloniale, ma è cresciuta nei secoli per operosità, laboriosità, ingegno delle proprie genti. Una regione e una città come queste, hanno veramente tutto da perdere nel contesto di un’Europa che si sfarina, di un’Italia che si distacca dai suoi partner continentali. Perdono dal punto di vista della cultura, della missione storica, dell’odierna realtà economica. Invece, in un alveo di più ampio respiro, come l’Unione Europea, hanno tutto da guadagnare. Ricordiamone, banalmente, il cuore materiale: il mercato comune aperto e senza barriere frontaliere, offre alle opere industriali e commerciali milanesi e lombarde sbocchi effettivi e potenziali ben maggiori di quelli nazionali. Dobbiamo renderci conto di questa centralità oggettiva, soprattutto alla viglia di una fase di decisiva mutazione dell’intera costruzione europea. È importante anche la sottolineatura da parte del Cardinale sul ruolo del volontariato a Milano, della città come laboratorio di integrazione: è un buon esempio per il Paese e per il resto del continente.

Il Cardinale parla del ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa. Lo è ancora oggi?
Ne sono assolutamente convinto. Ricordo un aspetto del passato che, in genere, si sottovaluta: il merito, storico, della concretizzazione dell’idea di unire pacificamente e democraticamente l’Europa. Da decenni, circolavano disegni di questo tipo, addirittura prima dell’inizio della Prima guerra mondiale. Ipotesi lungimiranti, belle, ispirate da alti ideali. Ma chi le rende concrete agli inizi degli anni Cinquanta? Li chiamo gli “uomini della realtà”, sono politici con responsabilità di governo nei loro Paesi, tutti impegnati in partiti di ispirazione cristiana. Parliamo di Schuman, De Gasperi e Adenauer. Erano legati da esperienze comuni: venivano da regioni frontaliere, le più esposte a soffrire per le guerre; ma soprattutto, condividevano la visione universalistica, per definizione transfrontaliera, del modello cristiano. Loro trovarono l’accordo iniziale e oggi, sono trascorsi 66 anni dalla fondazione della Ceca e quasi 60 dai Trattati di Roma per la Comunità economica europea, la “mamma” dell’attuale Unione. Dunque, storicamente, c’è una matrice di ispirazione cristiana nel processo d’integrazione europea. Adesso che la globalizzazione sta riducendo il peso europeo nell’economia mondiale e che fronteggiamo le grandi migrazioni, da soli, gli Stati del vecchio continente, hanno poche possibilità. Proprio perché sono fenomeni molto complessi, gestirli insieme, ci può offrire l’occasione di trasformarli in opportunità. Del resto, le economie mature, come quelle dei Paesi europei, dovrebbero trasformare la loro visione: dall’illusione di una crescita indefinita e di profitti sempre più alti, verso la prospettiva di una migliore condivisione e inclusione, di una maggiore solidarietà che attenui le diseguaglianze. Rispetto a questo, la dottrina economica e sociale cristiana, può portare risultati che altri tipi di approcci non sono in grado di conseguire.

 

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