Nadia Folli, operatrice dell’unità Avenida di Caritas Ambrosiana: «Aumentati violenze, abusi e ricatti, la prostituzione è proseguita anche on line. E il timore del contagio non ha assolutamente frenato i clienti»

di Francesco CHIAVARINI

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Nadia Folli durante un turno di Avenida

Dalla fine della primavera, con la sola eccezione di novembre quando la Lombardia è entrata di nuovo in zona rossa, Nadia Folli è tornata a incontrare le donne in strada. A turno, con i suoi colleghi e colleghe della unità Avenida di Caritas Ambrosiana, gira lungo la circonvallazione milanese. Causa coprifuoco, il turno finisce alle 22, perché a quell’ora anche i clienti sono costretti a rientrare e le donne se ne vanno.

Coprifuoco a parte, cosa è cambiato rispetto allo scorso anno?
Le donne sono diminuite, quelle che hanno potuto fare ritorno nel loro Paese sono rientrate. Ma quante sono rimaste vivono in una condizione di ancora maggiore sfruttamento.

Che cosa vuol dire?
Sono aumentati i casi di violenza fisica. C’è chi viene picchiata dal proprio sfruttatore perché non guadagna abbastanza. Chi, dopo minacce, ricatti e botte, è dovuta scappare dal cliente dove si era trasferita perché non riusciva più a pagare l’affitto. Chi si è indebitata ulteriormente legandosi ancor più ai gruppi criminali che gestiscono il racket.

La scorsa primavera, durante il lockdown, le donne non hanno più potuto vendersi per strada. Voi siete rimaste in contatto con loro. Che cosa vi chiedevano?
Alcune chiamavano al telefono solo per chiacchierare e ricevere conforto. Molte altre ci domandavano aiuti materiali: non avevano i soldi per pagare l’affitto, addirittura per mangiare. Per la prima volta abbiamo dovuto segnalarle ai centri di ascolto delle parrocchie affinché potessero ricevere il pacco viveri o la tessera a punti per fare la spesa negli Empori della Solidarietà.

Si dice che il Covid abbia spinto le donne che stavano in strada a prostituirsi on line. Non è andata così?
Per alcune sì. Il trasferimento dalla strada alla prostituzione on line è un fenomeno in corso da tempo ed è stato accelerato dal Coronavirus. Ma le donne più povere e meno attrezzate, sfruttate da sedicenti “fidanzati”, che operano in proprio o affiliati a micro gruppi criminali poco organizzati, non sono riuscite ad adattarsi al cambiamento e oggi vivono in condizioni di emarginazione ancora maggior che nel passato. È quanto accade, in particolare, tra i membri della comunità rumena, da anni la principale nazionalità delle donne che Caritas Ambrosiana intercettata in strada, che si confermano le più numerose anche nel 2020 con il 53% delle presenze.

A questo proposito, come è cambiata la geografia della tratta a Milano?
Si conferma il calo delle nigeriane. Oggi rappresentano il 17% delle donne che incontriamo, la terza nazionalità dopo quella albanese (21%). Ma in questo caso non c’entra naturalmente il Covid, bensì il calo degli sbarchi. Il fatto che le nigeriane siano meno presenti sulle strade non significa però che la tratta si è fermata. Al contrario sappiamo che ha trovato nuovi Paesi di destinazione. Uno sbocco risultato molto profittevole è il Niger, dove le ragazze vengono costrette a vendersi agli uomini impegnati nell’estrazione dell’oro nelle miniere. Quelle invece rimaste intrappolate in Libia sono costrette a vendersi ai loro carcerieri per sopravvivere e sperare un giorno di arrivare in Europa.

Il timore del virus ha avuto anche qualche effetto sulla domanda da parte dei clienti?
Assolutamente no. Dal monitoraggio che effettuiamo sui forum on line dei clienti non abbiamo sentito nessuno esprimere il timore di infettarsi, o di contagiare le proprie mogli, o le stesse donne con le quali andavano. Piuttosto c’era chi esprimeva il timore che le donne potessero aumentare il prezzo per rifarsi dei mancati guadagni. Un cinismo incredibile che la dice lunga sul lavoro di educazione da fare affinché alla fine si riconosca che quelle donne non sono solo corpi, ma persone con paure e sentimenti come tutti.

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