La Milano che sta per accogliere i Giochi, l’occasione rappresentata dall’evento, le “porte aperte” della Chiesa, la forza dello sport, i suoi trascorsi agonistici. Sono alcuni dei punti che l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, ha affrontato nell’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport e pubblicata sul numero odierno a firma del vicedirettore Pier Bergonzi.
La Milano olimpica, secondo Delpini, è «ordinata, efficiente, frenetica, curiosa. E interessata», ma anche «piuttosto maldestra nella vita quotidiana, affascinata dalle vetrine e dalle apparenze e smemorata a proposito delle sue radici, delle sue inquietudini e delle sue preghiere». Una città di cui l’Arcivescovo apprezza «la gente e l’immenso bene», mentre giudica negativamente «il malumore, la rassegnazione all’impotenza di fronte alle difficoltà più rilevanti, le disuguaglianze, il benessere non condiviso». Ma, in definitiva, una città che ha ancora “il cuore in mano” per la «straordinaria generosità di medici, scuole, università, forze dell’ordine…» e per la «grandissima opera di bene nel volontariato».
Al di là degli aspetti agonistici, per Milano i Giochi sono una occasione di «incontro e confronto di eccellenze, rispetto e amicizia», grazie alla capacità dello sport «di coinvolgere e di superare gli abissi che separano i popoli». E in questo senso la Chiesa ambrosiana apre le sue porte a tutti, «senza distinguere cristiani e non cristiani, italiani di antica appartenenza o gente che viene da ogni parte del mondo». Una Chiesa, però, da cui i giovani paiono allontanarsi: «Sembra che molti giovani preferiscano pensare che “la vita è mia e ne faccio quello che voglio io: perché dovrebbe esserci un Dio che mi chiama?”… Sembra che molti giovani preferiscano essere disperati, piuttosto che affidarsi alla promessa di vita eterna. D’altra parte si deve anche dire che spesso la Chiesa manca di un linguaggio per parlare ai giovani e aiutarli a vedere che c’è una possibilità di uscire dallo smarrimento».
L’Arcivescovo parla anche delle sue giovanili esperienze calcistiche («ero un terzino, ma non sono mai stato un campione. Ho giocato tanto e con gusto da ragazzino, ma anche da seminarista e da insegnante nel Seminario di Venegono»), svela un aneddoto (la Bombonera di Buenos Aires costruita dall’ingegner José Luis Delpini, «un mio lontano parente»), indica i suoi campioni preferiti («Maradona e Falcao, e prima ancora Bartali e Abebe Bikila»), conferma il suo amore per la bicicletta («mezzo di trasporto agile ed efficace. Ancora adesso, quando devo andare all’Università Cattolica, preferisco farlo in bici») e rivolge un messaggio agli atleti in gara a Milano Cortina: «I Giochi e le gare che affronterete non sono soltanto espressioni fisiche, ma imprese di uomini e di donne, fatte di intelligenza, volontà, affetti, storie sia per atleti dal fisico perfetto sia per i paralimpici. Mi auguro che possiate diventare uomini e donne migliori per l’eccellenza, il rispetto e l’amicizia. Prendetevi cura di voi stessi, del vostro corpo come dell’anima. Lo sport finisce, la vita continua».
E conclude: Milano e Cortina vinceranno «se verranno esaltati i veri valori olimpici. Se più dei risultati sarà un confronto che metterà in luce la qualità delle persone. Se riusciranno a comunicare al mondo la straordinaria bellezza dei nostri territori e della nostra cultura».



