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Speciale

Un voto per il futuro dell’Europa

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Intervento

L’Arcivescovo: «Votare per l’Europa è un dovere, sapendo per chi»

In un incontro online promosso dal Centro Italiano Femminile l’appello dell’Arcivescovo contro disimpegno e rassegnazione, richiamando la responsabilità dei cattolici per contribuire a riformare l’Unione, «distinguendo i candidati e ciò che propongono»

di Annamaria BRACCINI

9 Maggio 2024

«Non tirarsi indietro avendo il coraggio di dire quello che non funziona, ma anche testimoniando ciò che ci inorgoglisce nell’essere parte di un’Europa capace e costruttiva. E, poi, la responsabilità e la necessità di andare a votare, l’8 e 9 giugno per il rinnovo degli organismi dell’Ue, sapendo per chi votiamo». Va diretto al cuore dei problemi, l’Arcivescovo, partecipando a un dialogo online promosso dal Cif (Centro Italiano Femminile): affronta e delinea i temi di più stretta attualità nel dialogo con la presidente nazionale del Cif Renata Natili Micheli, collegata come molte appartenenti al Consiglio nazionale e alle delegazioni regionali del Centro.

La responsabilità

Il titolo dell’incontro, «I cattolici e l’Europa» –  che si svolge alla vigilia della Giornata per l’Europa 2024, in cui è stata resa pubblica la “Lettera all’Unione Europea” del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e di monsignor Mariano Crociata, alla guida della Comece (leggi qui) -, fa da filo conduttore dell’intera serata. A partire dalla convinzione, espressa dalla presidente, che «oggi l’Europa debba ritrovare la sua anima e giovinezza, come scriveva Benedetto XVI, anche perché non trova più figli capaci di difenderla».

«Un tema molto complesso rispetto al quale «alcuni capitoli mi paiono particolarmente significativi», dice subito monsignor Delpini. Anzitutto, l’importanza di farsi carico delle responsabilità che i cristiani esercitano in ogni situazione, anche se questo mondo non è bello, ma difficile: «Le obiezioni al voto, che inducono a un astensionismo così marcato, non possono riguardarci proprio perché ci sta a cuore l’uomo, la donna, il presente e il futuro e, quindi, ci sta a cuore l’Europa. È inutile dire quanto i cristiani abbiano contribuito alla costruzione europea, non solo come uomini di pensiero e statisti, e oggi non possiamo esonerarci dalla responsabilità né in politica, né in Italia né in Europa».

I valori cristiani dell’Unione

In questo momento drammatico, ha continuato monsignor Delpini, «dobbiamo affrontare situazioni che mettono in evidenza alcuni interrogativi. C’è un anima europea, un pensiero ancora europeo?». Domande legittime, specie se si considera che «il pensiero oggi diffuso nel nostro continente è altamente individualista, esattamente il contrario di quello che spinse a edificare l’Europa. È un pensiero liberale che ha l’individuo quale unico centro della valutazione del bene e del male, per cui anche la legislazione europea va nella direzione di dire che, se il centro del mondo è l’individuo, bisogna rendere possibile che si eserciti la tirannia dell’io».

Evidente il riferimento a «quella parte che cerca di censurare le manifestazioni del culto perché considera la trascendenza come qualcosa che ostacola una simile realizzazione dell’io. Chi parla di Dio, della Chiesa, dell’anima risulta, infatti, antipatico – non si è nasconde l’Arcivescovo -, ma tutto questo orienta la civiltà europea a quello che sembra un suicidio».

Al contrario, «ciò che ci caratterizza come europei sono la solidarietà e il rispetto della persona, ossia valori respinti in un concetto dell’individuo che non vuole riconoscere da dove venga e dove vada, appunto perché con l’individuo finisce tutto. Però così finisce anche la civiltà». E ciò vale anche per «un modo di pensare ai migranti come invasori che sottraggono benessere agli europei». Una visione – ammette – «un po’fosca, ma realistica».

Poi, un secondo capitolo, riguardante «l’impossibilità di avere una politica estera europea». «Il tema della guerra in Ucraina è stato vissuto, all’inizio, come uno sconcerto, uno smarrimento, per cui l’Europa ha concordato quasi subito sulle sanzioni, poi, sulle armi, ma non è riuscita a immaginare una proposta di pace e di riconciliazione, tanto che la parola d’ordine non è come ricostruire la pace, ma in che modo fermare la Russia. Non so come si possa fare, ma credo che la fiducia nella ragione, nella cultura, un atteggiamento pregiudiziale di stima verso l’altro, potrebbero porre condizioni promettenti per la pace». 

Terzo elemento, «la soffocante burocrazia europea sulla rendicontazione, che porta talvolta a rinunciare ai bandi per i finanziamenti offerti dall’Europa», come è successo per alcune Caritas, «perché gli organismi Ue non sanno distinguere tra chi fa il bene e le grandi imprese che fanno commerci e business».

Riformare l’Europa

«Questo è per dire che abbiamo bisogno di riformare l’Europa, di presenze che si facciano promotrici, se non di una rifondazione, di un ripensamento. Risvegliare il sogno europeo è un’espressione giusta, e la si ripete spesso, ma mi pare che pecchi un poco di genericità». Mentre, per nulla generico o vago è l’appuntamento elettorale: «Le elezioni sono un’occasione e abbiamo la responsabilità di votare. Noi cristiani siamo un piccolo Davide contro un gigantesco Golia, ma abbiamo il dovere di portare il seme di bene che ci è stato consegnato per far germogliare frutti promettenti». Come a dire, andare alle urne è un dovere, «ma occorre riconoscere e saper distinguere i candidati e ciò che propongono».

Saper riconoscere i programmi

In primis, riguardo alla dignità di ogni persona che non coincide, certamente, con l’esasperazione dell’individualismo: «L’attenzione alla persona porta alla valorizzazione della dinamica della famiglia come elemento essenziale del benessere delle società, luogo della generazione e del rapporto tra le generazioni. Chi ha a cuore la dignità della persona ha a cuore la famiglia. Un secondo punto che possiamo auspicare è la solidarietà, la vocazione dell’umanità a essere una fraternità tendendo una mano a chi ha più bisogno. Su questo punto tutti i popoli europei devono ammettere ciò che di bene ha fatto l’Europa. Pensiamo ai soldi ricevuti, anche dal nostro Paese, come aiuto nelle emergenze. Negli ultimi anni dobbiamo riconoscere di aver visto un’Europa diversa: non più un controllore feroce – come accadde con la crisi della Grecia -, ma una realtà attenta».

La pace

Terzo, il tema della pace «che ha unito Paesi in un continente disastrato, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in cui si vide che con la guerra tutto è perduto, per cui andava in tutti i modi scongiurata». Un’Europa dove, invece, «i nazionalismi potrebbero compromettere questo percorso di pace come bene superiore». Per questo bisogna essere fieri del cammino fatto e mettere in evidenza, «più che le difficoltà i vantaggi di essere europei».

«I giovani si sentono europei, sentono di fare parte di una comunità che permette spostamenti di persone per gli studi, per il lavoro. Di fronte a tutto ciò abbiamo il dovere di sensibilizzare la gente all’Europa». Il richiamo è alla recente sessione del Consiglio pastorale diocesano dedicata interamente al tema europeo in vista delle elezioni e al documento che ne è stato il frutto (leggi qui). «Mi è sembrato di registrare un entusiasmo tra i consiglieri che si sono impegnati anche a diffondere il documento. Non dobbiamo sentirci intimiditi da un contesto che sembra portato al disimpegno e alla rassegnazione».

Questa, infine, la consegna dell’Arcivescovo. «Noi siamo, magari, una minoranza poco rilevante nella possibilità di esprimere voti, ma abbiamo qualcosa di qualitativo da mettere in gioco. La costruzione europea non è solo un’impresa per intellettuali, persone colte o che abbiano interesse per la politica, ma chiede una sensibilità del popolo italiano e, in particolare, del popolo cristiano per vedere nell’Europa una promessa di vita buona».