“Gli stranieri stanno bene. Salute e integrazione degli immigrati” è la ricerca della Fondazione Franco Verga di Milano condotta da Samuele Davide Molli, dottorando in Sociologia, che smentisce con i dati i principali luoghi comuni sulla relazione tra immigrazione e malattia

di Marta Valota
Tratto da “Terra Nuova”

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Immigrazione e malattia, quale relazione vera? A leggere o ascoltare ciò che esce sui media quasi ogni giorno, si ricava l’impressione che siano gli immigrati a (ri)portare le malattie nel nostro paese. Ed è ciò che si imprime nell’opinione pubblica. Ma è veramente così? E’ proprio vero che con le migrazioni arrivano nel nostro Paese nuove ondate epidemiche? In Italia rischiamo davvero di dover affrontare contagi da scabbia e tubercolosi?
«La dinamica dell’untore di manzoniana memoria viene spesso utilizzata dalla stampa e dalla politica in modo strumentale» spiega Samuele Davide Molli, dottorando in Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano che ha curato per la Fondazione Verga la ricerca “Gli stranieri stanno bene” presentata nei giorni scorsi al Museo Ambrosiano di Milano. «Spesso i dati citati sull’immigrazione sono giusti ma totalmente decontestualizzati: gli immigrati che arrivano nel nostro Paese, infatti, sono individui giovani, sani, forti che contraggono qui malattie – per lo più psicosociali dovute al conteso di povertà in cui si trovano a vivere – traumi ed infortuni a causa di lavori usuranti e poco qualificati».

I dati dei ricoveri

Un dato interessante riguarda l’utilizzo da parte degli immigrati dei servizi medico-ospedalieri italiani: «Nel 2016 gli stranieri rappresentavano solo il 6,0% dell’ospedalizzazione complessiva in Italia, l’analisi dei ricoveri conferma la tendenza degli immigrati ad utilizzare i servizi ospedalieri in modo molto più contenuto rispetto agli italiani. Il 45% effettua controlli sanitari inadeguati e il 17% non può procurarsi farmaci per curarsi».
Rispetto all’idea che l’arrivo di nuove persone nel nostro Paese contribuisca ad erodere la spesa sanitaria pubblica, Molli parla chiaro: «Come detto, non solo gli stranieri utilizzano meno di noi i servizi sanitari ma tendono a non servirsene nemmeno da anziani per via del così detto “effetto salmone” per cui tendenzialmente ad una certa età, quando si ha più bisogno di cure, rientrano nei propri Paesi d’origine».

I dati sull’immigrazione in Italia

Se è vero che le probabilità di malattia e di contagio aumentano in relazione alla concentrazione demografica, è anche vero che l’invasione che avrebbe subito negli ultimi anni il nostro Paese da parte degli stranieri è smentita dai dati reali: «Da 4 anni la situazione immigrazione in Italia è stazionaria” conferma Maurizio Ambrosini, docente dell’università Statale di Milano e Direttore della rivista Mondi Migranti».
«La crisi ha indubbiamente fatto calare gli ingressi. In Europa nel 2015 sono arrivati oltre un milione di profughi, ma si tratta di 1/60 dei migranti forzati del mondo, di 1/50 degli immigrati stranieri residenti in Europa e di 1/500 della popolazione dell’UE: un afflusso molto più basso di quello che sopportano i paesi confinanti con il teatro di guerra siriano. Gli immigrati sono per lo più giovani adulti in cerca di lavoro che hanno l’obiettivo di ricongiungersi con le proprie famiglie. A differenza di ciò che si dice, la maggior parte di chi arriva in Italia proviene da Paesi europei ed è di fede cristiana ortodossa, non musulmana. A partire dai Paesi in via di sviluppo sono per lo più persone giovani e produttive che hanno buone relazioni sociali e un livello minimo di istruzione. La loro buona salute si deteriora nel tempo a causa delle condizioni di vita precarie ed usuranti mentre affetti e reti di aiuto famigliari sono assenti. Così il migrante sano nel nostro Paese rischia di diventare migrante esausto».

Scabbia e tubercolosi

Ad approfondire il legame tra immigrazione e diffusione di alcune malattie come la scabbia e la tubercolosi ci pensa la ricerca di Samuele Molli: «Sulla scabbia sono state registrate 6000 visite negli Hotspot di Lampedusa e Trapani , è di sicuro una malattia legata alle condizioni di scarsa igiene e di promiscuità prima e durante il transito ed è effettivamente diffusa tra i migranti, ma ad oggi non sono stati registrati casi di contagio tra gli operatori sanitari e non sono mai state segnalate epidemie tra gli italiani. Il tema della tubercolosi è sensibile a livello globale: un quarto della popolazione mondiale ha un’infezione latente, ad essere cruciale è quindi la dinamica di attivazione. L’Italia è il Paese con la più bassa incidenza di questa malattia in Europa; negli ultimi 15 anni il numero di casi di tubercolosi è rimasto invariato attestandosi a circa 4500 segnalazioni. Nel 2016 ha riguardato 2419 immigrati, un dato che cresce in valori assoluti ma diminuisce in termini relativi».

Dalla medicazione al “prendersi cura”

La salute, come sancisce l’articolo 32 della nostra Costituzione, resta un diritto fondamentale ed universale e dovrebbe essere garantita a tutti anche se non è sempre così come ricorda la Dottoressa Antonietta Cargnel, già Primario dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano: «Per gli immigrati il problema principale risiede nella mancata concessione della residenza. Anche se la legge vieta alle strutture sanitarie di denunciare gli immigrati irregolari alle forze dell’ordine, alcuni ospedali non rilasciano la tessera STP (Straniero Temporaneamente Presente), valida 6 mesi che permette, attraverso un codice, di avere le cure necessarie su tutto il territorio nazionale ed è rinnovabile. L’impegno degli operatori sanitari dovrebbe essere quello di passare dal to cure al to care, dal semplice curare al prendersi cura in modo più profondo e complessivo della persona».

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