L’appello del vescovo, sacerdote ambrosiano. L’idea è quella di avviare gemellaggi con le parrocchie dei paesi colpiti

di Pino NARDI

Monsignor Roberto Busti

«Non lasciateci soli». È l’appello di monsignor Roberto Busti, vescovo di Mantova. Una buona parte della sua Diocesi è stata colpita pesantemente dal terremoto. Per questo lancia alle comunità cristiane ambrosiane e lombarde la proposta di promuovere gemellaggi con le parrocchie dei 40 paesi colpiti del Mantovano, con 127 chiese danneggiate, più o meno seriamente. Un contributo per potere predisporre gli interventi necessari per riaprire le chiese, ma anche gli oratori e le canoniche, vero motore di queste comunità. Positive le prime risposte da Milano.

Qual è l’appello alla Diocesi ambrosiana e a quelle lombarde?
È quello di un fratello che stende la mano per altri fratelli. La stende sicuramente con la coscienza di avere davanti a sé bisogni enormi, a cominciare dalle case e dagli strumenti di lavoro. Ma, proprio da prete e da vescovo, senza dimenticare ciò che costituisce un aspetto fondamentale per la crescita umana, cioè la dimensione religiosa che fa appello alla fede, ma anche alla speranza.

In queste settimane i fari sono stati rivolti quasi esclusivamente alla drammatica realtà emiliana. Tuttavia anche la zona di Mantova è stata colpita notevolmente…
Dal punto di vista dell’immagine sembra che il confine sia il Po, ma non lo è. L’Oltrepo mantovano è molto vasto e assomiglia molto all’Emilia da un punto di vista sociale, civile, organizzativo, ma fa parte della Diocesi di Mantova. Per cui avendo parlato solo dell’Emilia Romagna la nostra realtà è rimasta fuori, come se non ci fosse. Abbiamo fatto una grande fatica a dire che abbiamo 40 Comuni che sono stati toccati dal terremoto, alcuni dei quali in modo analogo a quello di Mirandola, che è lì a pochi passi. Per somma fortuna le distruzioni non hanno causato perdite di vita umane, ma noi abbiamo 127 chiese che sono ancora chiuse. Si pensi che la Diocesi ne ha 302 in tutto: quindi più di un terzo sono chiuse perché sono ammalorate, alcune in modo molto pesante. Altre invece in modo minore ed è soprattutto per queste che stiamo cercando gemellaggi, cioè aiuti da parte di altre parrocchie e vicariati che siano continui lungo quest’anno. Infatti, con una cifra plausibile si può arrivare a riaprire, spero entro l’inverno, almeno più di un terzo di queste chiese per dare alla comunità il luogo dove poter celebrare e ritrovarsi, perché sono i centri di aggregazione dei paesi.

La popolazione come sta rispondendo? È ancora segnata?
Sì, la popolazione è segnata, molte persone anche dalla paura, soprattutto gli extracomunitari che in parecchi lavorano nei campi. Sono in maggioranza pakistani e indiani. Comunque la prima cosa da fare è mettere in sicurezza, le chiese soprattutto. Nel centro dei paesi alcune sono pericolanti, quindi bisogna fare questo lavoro che chiede non solo un intervento di denaro che spetta allo Stato, ma anche squadre pronte a lavorare. Infatti, ci sono chiese in cui nessuno vuole entrare per intervenire, perché è un pericolo continuo.

A questa richiesta di gemellaggi come sta rispondendo in particolare la Diocesi di Milano?
Ho trovato parecchi miei amici o comunque persone che conoscevo che hanno telefonato mettendosi a disposizione. Scegliamo le chiese che possono essere un luogo dove poter riaprire, anche se poi il restauro avverrà in un secondo tempo. Basterebbe qualche decina di migliaia di euro. Poi ci sono le chiese colpite in modo gravissimo, per queste vedremo cosa si può fare, perché la Diocesi da sola non riesce assolutamente ad affrontare l’emergenza. Abbiamo fatto una stima: il danno di chiese, oratori e canoniche è tra gli 80 e i 90 milioni.

Anche l’impegno della Caritas è notevole…
Assolutamente sì. Però devo dire che in questa terra e anche in quella emiliana, la solidarietà è tanta, per cui non abbiamo avuto problemi gravissimi da quel punto di vista, abbiamo saputo affrontarli con serenità, con una rete di presenze capillari a partire dai Centri di ascolto Caritas. Questi fortunatamente funzionavano già, sono diventati luoghi di confronto e di aiuto per realizzare i campi. Il problema grave rimane il ritorno a casa e rimettere in sesto le aziende. Perché molta della nostra gente va a lavorare a Mirandola, in Emilia Romagna. Se queste aziende non riaprono, abbiamo anche il problema dei disoccupati che pesano qui, perché la parte del basso mantovano è stata un po’ dimenticata. Quella più povera è rimasta nell’agricoltura seppur organizzata, ma il resto si è spopolato perché si andava a trovare lavoro a pochi chilometri di distanza.

Quale è stata la ricaduta per le popolazioni della visita del Papa, con le sue parole anche di speranza nel futuro?
C’erano parecchi mantovani all’incontro con il Papa. La sensazione comune che ho sentito, anche dai preti che erano venuti con me, è il respiro di speranza. Ma anche concreto: infatti Benedetto XVI ci ha portato ancora un altro contributo di 10 mila euro per ogni Diocesi, direttamente dalla “carità del Papa”. Ha voluto parlare in piedi, proprio perché il palco non era troppo alto e voleva essere visto. Ha fatto un discorso molto paterno, capace di dire cose reali e affidandosi non soltanto alla preghiera di tutta la Chiesa e dei cristiani, ma anche alla necessità di un aiuto concreto da parte di tutti. Questo lo ha detto e lo ha fatto. Tra le persone che l’hanno salutato, c’erano famiglie, una anche musulmana con tanti bambini perché erano stati estratti dalle macerie tutti salvi. Questo incontro ha davvero rasserenato i cuori: qualcuno che dice che la speranza è proprio basata sulla collaborazione, sulla presenza e sulla forza di tutti, che ci dà una mano per poter guardare il futuro e rimetterci a camminare come prima.

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