Dopo gli attacchi all'Arcivescovo, parla il professor Lorenzo Ornaghi, rettore dell'Università Cattolica: «La carità non è pratica politica»

di Pino NARDI
Redazione

«Quello che è successo nelle ultime settimane è un corto circuito che la Lega poteva e doveva evitare. Evoca un rischio profondo, una tentazione ricorrente soprattutto per le forze politiche che si sentono di rappresentare ampie quote di popolazione di un territorio e credono di interpretarne gli umori. È la tentazione della politica di farsi essa stessa religione, usando quest’ultima come ulteriore e solido collante di un’identità politica che sia più resistente e duratura di quella elettorale». Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, esprime così una preoccupazione più generale, protesa verso un orizzonte più ampio, a proposito degli attacchi al cardinale Tettamanzi da parte di esponenti della Lega Nord, dopo il Discorso alla Città alla vigilia di sant’Ambrogio.

Professor Ornaghi, lei parla di una «tentazione ricorrente». Perché?
La consapevolezza di questa tentazione ricorrente ci evita, innanzitutto, di restare imprigionati – ciechi o miopi – dentro un’interpretazione dei fatti di questa settimana, che abbia come unica chiave di lettura quella di una battaglia fra un partito, anzi fra i vertici di un partito, e un Cardinale. È invece in simili circostanze che tutti dobbiamo sforzarci di entrare – come suggeriva padre Gemelli – nel cuore della realtà. Una realtà che ci sfida, laicamente e ragionevolmente, a tenere ben presenti e tra loro distinti il piano dell’azione politica e quello dell’azione pastorale. Diciamolo: stupisce che persone che detengono o hanno occupato ruoli di responsabilità istituzionale, che hanno il mandato di governare a livello nazionale e amministrare a livello locale, non siano riusciti a percepire che stavano imboccando un piano inclinato davvero pericoloso. Ho parlato di tentazione ricorrente, ma dovrei aggiungere anche “controproducente”: e infatti il Cardinale ha trovato intorno a sé una solidarietà diffusa, sincera, profonda. L’ha avuta, spontanea, soprattutto tra la gente comune, tra il popolo. A questa estesa manifestazione di solidarietà, mi permetta di aggiungere ora pubblicamente anche quella di tutta l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che al cardinale Tettamanzi è legata da un vincolo di speciale affetto e vicinanza.

Secondo lei dove rischia di portare questo pericoloso corto circuito tra politica e religione?
Il rischio è di generare rappresentazioni sociali, cioè opinioni e pseudo-convinzioni, che non hanno riscontro nella realtà. E si rischia di farlo a partire da un’incapacità di mettere a fuoco le situazioni e i problemi nei loro contenuti più autentici e profondi. La Chiesa ambrosiana, come tutta la Chiesa, è per sua natura missionaria. Da sempre, in tutta la sua lunga storia, è stata ed è vicinissima alla gente sia nei suoi bisogni più profondi di senso e di verità, sia in quelli più concreti legati ai temi di un’effettiva cittadinanza e dignità. I fedeli ambrosiani si sono sempre sentiti pienamente rappresentati nella loro Chiesa. Ora, il pastore del gregge – per ripetere la metafora evangelica richiamata dal Cardinale stesso, nell’omelia del suo Pontificale – proprio questo deve fare: indicare a tutti i fedeli una strada e percorrerla per primo, nella libertà e con la responsabilità del proprio ministero. Tutta l’attività diocesana nel campo della carità, dell’educazione, della solidarietà, della preparazione ai sacramenti, non può essere interpretata nei termini di una pratica politica, bensì come obbedienza a una vocazione di prossimità.

Dopo questi attacchi al Cardinale, ai suoi discorsi e alla sua azione pastorale, intravede altre possibili derive?
Certo, la deriva di considerare la passione della Chiesa per l’uomo come se fosse per forza in antagonismo a chi, nella non facile – bisogna dirlo – attività e responsabilità amministrativa, ha invece il compito di proporre soluzioni politiche e legislative che devono cercare di risolvere i problemi, avendo un grado adeguato di consenso. Però senza mai dimenticare proprio quella passione per l’uomo, che in politica spinge al perseguimento del bene comune. Da questo punto di vista, la strumentalizzazione dei simboli cristiani come fattore di contrapposizione è perlomeno pericolosa e rischia di essere provocatoria, quando si pone come alternativa all’autentica comunione ecclesiale. L’impiego distorto dei simboli religiosi è da sempre un indicatore che il corto circuito di cui parlavo all’inizio è pronto a innescare un incendio. Se questa è la possibile deriva, a noi credenti tocca il compito di continuare a testimoniare la bellezza e la radicalità del Vangelo, rispetto a ogni tentazione mondana o a ogni forma di uso della religione per scopi politico-elettorali.

Per il suo ruolo di rettore ha una grande responsabilità educativa. C’è in questo contesto anche un richiamo al compito degli educatori?
Naturalmente. Solo attraverso un rinnovato slancio creativo in campo culturale, solo attraverso un’azione culturale (che, come scriveva la filosofa Maria Zambrano, ci chiede di rinascere ogni giorno, di creare sempre nuovi inizi), si può oggi far crescere nei giovani la capacità di cogliere la complessità dei cambiamenti e la molteplicità dei possibili piani d’azione, educandoli a interpretare correttamente le trasformazioni e, per quanto è umanamente possibile, a orientarle. Sono convinto che una vera educazione abbia tra le sue finalità principali anche quella di allenare la ragione a respingere le frasi fatte, gli stereotipi, le soluzioni semplicistiche. Oltre che, naturalmente, la finalità di migliorare senza sosta noi stessi e l’ambiente in cui operiamo, sulla base della disponibilità a riconoscere i nostri errori.

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