«Ecco un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo». Un inizio folgorante, per un libro, di successo planetario, che è tante cose diverse: il racconto di un viaggio, quello di papa Francesco in Mongolia, svoltosi dal 31 agosto al 4 settembre 2023, di un uomo, di un Papa, di un mondo intero: il Vaticano.

L’incontro inaugurale
A raccontare tutto questo è stato, in un’Aula Magna dell’Università Cattolica gremita, con altre aule collegate, l’autore del ponderoso volume Il folle di Dio alla fine del mondo, Javier Cercas, che ha aperto la terza edizione del Festival di spiritualità SOUL, dedicato, quest’anno, al tema del «Mistero, il canto del mondo». La kermesse che, fino a domenica 22 marzo, vedrà la realizzazione di oltre 70 eventi di diverso tenore diffusi in città e il cui co-curatore, Aurelio Mottola ha dialogato con lo scrittore spagnolo.
Un incontro, dal titolo «Senza alcun dubbio», aperto dai saluti istituzionali portati, in rappresentanza degli enti promotori, dalla prorettrice vicaria dell’Ateneo Annamaria Fellegara, da Francesca Rossi, della direzione Cultura Area Spettacolo del Comune, e dal vicario episcopale e anch’egli co-curatore, monsignor Luca Bressan.

È lui che ha ricordato il senso dell’interrogarsi sul mistero di questa edizione di “Soul”: «Nei momenti più drammatici non ci si salva immaginando percorsi di evasione o cercando trasgressioni, ma si raccolgono energie per comprendere più in profondità le ragioni della nostra resistenza. Così faremo anche noi, in queste cinque giornate: faremo esperienza del mistero sulle orme di Sant’Ambrogio, ascoltando la saggezza delle tradizioni e della Parola ispirata, condividendo la gioia e le emozioni che solo il canto del mondo sa dare, accumulando energie per stare in silenzio e fare tesoro del bene che siamo ancora capaci di raccontare e testimoniare».
Un mistero «che ci viene incontro in ogni dimensione della vita, che è comune a tutti e che, pure, è un dato indisponibile», ha spiegato Mottola chiedendosi perché Cercas, che si autodefinisce «ateo, anticlericale, laicista militate, razionalista ostinato ed empio rigoroso», sia così, in questi tempi, «corteggiato dalla Chiesa».

La domanda da cui tutto è partito
«È un mistero e la teoria che mi piace di più è che sia stato lo Spirito santo – ha ammesso lo scrittore -, ma posso raccontare come tutto è nato nel maggio 2023, quando il direttore della Libreria Editrice Vaticana, Lorenzo Fazzini, in occasione del Salone del Libro di Torino, mi ha contattato. Per la prima volta la Santa Sede apriva le sue porte a uno scrittore e io ho detto che avrei raccontato la verità di questo posto misterioso che è il Vaticano».
«In Europa, come dice Croce, non possiamo non dirci cristiani e, quindi, come non accettare tale proposta? Il risultato è stata una cronaca del viaggio di Francesco in Mongolia, ma anche un saggio su cosa succede oggi nella Chiesa cattolica, un ritratto poliedrico del Papa e un po’ una mia autobiografia. Un libro vero, senza finzione, proprio perché solo il romanzo riesce a integrare tutti questi generi».
A partire, come ha raccontato Cercas, da una domanda diretta e cruciale, «per me la più importante e personale. Ho pensato a mia madre che è molto credente e che è convinta che rivedrà mio padre quando morirà. Oggi molti hanno dimenticato questo interrogativo e, allora, ho saputo di cosa avrebbe parlato questo libro: un folle senza Dio – io – che va a trovare il folle di Dio, Francesco, fino alla fine del mondo, simboleggiata dalla Mongolia per fare questa domanda che è l’enigma degli enigmi: mia madre rivedrà mio padre?».
E se, in Spagna, dopo il franchismo, si è vissuto un rifiuto totale della fede, come forma di opposizione alla dittatura, ha detto ancora Cercas, «io ho conosciuto una Chiesa diversa che, per esempio, rifiuta la morte: un fatto rivoluzionario dal punto di vista sociale ma anche metafisico».
Non manca una stoccata ai giornalisti «che si interessano ai Papi, in specifico a Francesco, solo quando parlano di politica o dell’immigrazione, ma mai se affrontano i temi della spiritualità».

Il linguaggio della Chiesa
«Questo è un malinteso immenso», ha ammesso lo scrittore, poi, sollecitato da Mottola a riflettere sul linguaggio della Chiesa «considerato oggi poco attraente. La Chiesa ha, evidentemente, un problema: il suo linguaggio è vecchio, senza senso dell’ironia, criptico, per iniziati. Cristo era attrattivo per la forma del suo vivere, ma anche affascinante per il suo linguaggio. Per esempio, alcuni dicono che una parola-chiave del papato di Francesco sia stata la sinodalità, ma quanti capiscono cosa voglia dire questa parola?». Forse sarebbe meglio, per Cercas, utilizzare il termine “democrazia”, nel senso della partecipazione nella Chiesa.
Il segreto di Bergoglio
Infine, il dialogo si sposta su uno dei capitoli più intensi e profondi del libro, la figura di papa Francesco. Una cosa è la persona, un’altra il Papa.
«Come persona era un uomo complesso, lottava contro la “papolatria”, come mi diceva. Aveva un carattere difficile, duro, con periodi di grande oscurità; era in lotta con se stesso perché, cosciente dei suoi limiti, ha lottato con tutta la forza per diventare una persona migliore. Non caso, prima di uscire a salutare la folla la sera dell’elezione, disse ai Cardinali: “Accetto, ma sono un peccatore”. Ma forse voleva dire: “Accetto perché sono un peccatore”. Per me, tutto in Vaticano è stato sorprendente, come il fatto che Bergoglio si presentasse come un uomo non infallibile. E questo a molti non piaceva, perché era dirompente: infatti, è stato un Pontefice che ha creato divisione. Non era quello che si dice un santo perfetto, ma è stato davvero rivoluzionario, non dal punto di vista del dogma, ma con quella rivoluzione che si vuole fare dal Concilio in poi, ossia tornare al cristianesimo dell’epoca di Cristo, facendo uscire il Signore dalla sacristie e mettendolo al centro del mondo. La cosa più difficile nello scrivere questo libro è stato ripulire i miei pregiudizi e vedere cosa succede davvero in Vaticano, chi sono i preti, i missionari, chi è era quell’uomo che si chiamava Francesco. La fede è un mistero: il cardinale José Tolentino de Mendonça dice che la fede è come un’intuizione poetica, perché il poeta vede qualcosa, un senso, che gli altri non vedono e lo traduce in poesia. Francesco mi diceva che è un dono e credo che le due risposte siano complementari. Io, dopo aver scritto il libro da ateo sono diventato agnostico».
Da qui l’appello: «Ritorniamo all’evidenza: torniamo a Cristo, un sovversivo, un uomo pericolosissimo allora come lo è ancora oggi, perché non andava con la gente di potere, ma con i poveri. Come diceva Charles Péguy, ciò che abbiamo conosciuto nei nostri Paesi europei è un cristianesimo borghese, per questo Francesco parlava della Chiesa in uscita».
Quel papa Francesco che volle prendere il nome del santo, “folle di Dio” e che all’enigma degli enigmi, alla domanda se ci rivedremo, se la madre di Javier Cercas rivedrà il padre, ripeté più volte allo scrittore, «Senza alcun dubbio».

Così si conclude il romanzo e così si può capire anche il titolo dell’incontro arricchito dall’esecuzione, del violoncellista Issei Watanabe, dei preludi delle suite n.1 e n.3 di J. S. Bach.



