«Si rammenti d’uno, il quale conta tra le grazie immeritate fattegli dal Signore il conoscer Rosmini, e l’aver parte nella sua benevolenza». Così Alessandro Manzoni scriveva all’amico Antonio Rosmini il 28 febbraio 1843, non potendo prevedere che le stesse parole sarebbero state in seguito incise sul piedistallo in marmo della statua eretta al Roveretano presso i giardini di porta Venezia, a Milano.
L’incontro
Il primo incontro tra i due avvenne nel marzo 1826 (l’anniversario celebrato il 13 marzo in un convegno a Rovereto), grazie alla felice mediazione di Nicolò Tommaseo. Manzoni all’epoca era già scrittore e poeta di fama indiscussa e Rosmini aveva potuto leggere gli Inni Sacri e le opere tragiche. Rosmini, giovane sacerdote, ancora poco noto, aveva dato alle stampe il volume Dell’Educazione Cristiana che, grazie al cugino Carlo Rosmini, arrivò a Manzoni, il quale fece giungere all’autore il suo parere. «Il libretto dell’Educazione Cristiana fu aggradito: il Manzoni mi fece dire un mondo di gentilezze», racconterà poi Rosmini a un amico.
Stima e fiducia
Alla prima visita in casa del Manzoni ne seguirono altre: la frequentazione divenne abituale, i dialoghi più lunghi e più intimi. Certamente non mancarono le divergenze, ma la diversità delle opinioni e delle posizioni non allentò la stima e la fiducia reciproca. Davanti a questioni politiche circa l’Italia unita ognuno conservava e difendeva la propria posizione: federale Rosmini, unitaria Manzoni. L’accordo giunse solo in questi termini: «È un’utopia – diceva Manzoni a Rosmini – la mia, ed è un’utopia la sua: con questa differenza, che la mia è bella, la sua è brutta».
Consigli reciproci
Nel 1826 Manzoni lavorava assiduamente ai Promessi Sposi e Rosmini era tra i pochi privilegiati a leggerne le bozze. Il Roveretano, impegnato nei suoi studi, stava mettendo mano alla sua opera filosofica principale e Manzoni, leggendolo in anteprima, gli suggerì di semplificarne il titolo in: Nuovo Saggio sull’origine delle idee. Rosmini approvò, e così fu.
Pur diventando amicissimi, conservavano l’uno per l’altro un tratto improntato a rispetto e nobiltà: si diedero sempre del Lei, mai del Tu, e neppure del Voi, tratto di familiarità che Rosmini usò ben presto col conte Mellerio. Il Bonghi, testimone dei loro lunghi colloqui su argomenti disparati, così li ha descritti nella sua opera Le Stresiane: «Il Manzoni era al Rosmini il poeta del cuore suo; il Rosmini era al Manzoni il filosofo della sua mente».
Le vicissitudini della vita e gli impegni personali li portarono lontano, ma mai distanti. Il conversare di persona venne sostituito da lettere e biglietti, raccolti in un ampio e ricco carteggio, che mette in evidenza la loro comunione d’idee su molti argomenti e il reciproco desiderio di migliorarsi attingendo informazioni, consigli e critiche l’uno dall’altro.
Entrambi sul lago
La frequentazione divenne più assidua dal 1849, quando entrambi si ritroveranno sulle sponde del lago Maggiore: Manzoni a Lesa, ospite di Stefano Stampa, figlio della seconda moglie; Rosmini a Stresa, nella villa Bolongaro, dove risiedeva la comunità rosminiana. La vicinanza favorì i loro incontri, ed era usuale vederli discorrere o passeggiare lungo la riva del lago o sostare all’ombra di una magnolia.
Si racconta che nel 1853 lo Stampa sollecitò il pittore Francesco Hayez a realizzare un ritratto di Manzoni mentre era a Lesa; Manzoni volle lo stesso per l’amico di Stresa, ma ottenerlo era cosa ardua: Rosmini non amava stare in posa. Per agevolare il lavoro dell’artista e la posa dell’amico, Manzoni lo intrattenne con spiritosa semplicità raccontando barzellette assai divertenti.
Quella tra Rosmini e Manzoni fu un’amicizia autentica, basata su una straordinaria corrispondenza d’anime e su una tenace fede nella bontà della Provvidenza, tanto che ancora oggi i loro nomi sono ricordati e pronunciati insieme.



