Nella chiesa di San Sepolcro l’intervento dell’Arcivescovo a margine della lectio di monsignor Ballarini organizzata dalla Biblioteca Ambrosiana in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo

di Annamaria Braccini

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Le tovagliette che verranno distribuite

«In Dante, il farsi maestro di preghiera vuole dire mettersi al servizio del cammino spirituale degli altri. È una responsabilità per una missione: questo significa che se abbiamo ascoltato bene, abbiamo imparato a pregare un poco di più. Quello dantesco è un messaggio personale a essere donne e uomini di preghiera. È questo che auguro a me e a voi, anche perché non riesco a liberarmi dall’impressione che, nei poeti contemporanei, vi sia sempre un che di narcisistico, un ripiegamento su di sé. Ascoltando Dante, leggendo la Divina Commedia, troviamo invece che esprime tante passioni, rabbia, entusiasmo, visioni politiche, punti di vista sulla poetica e sui drammi della vita, ma è proprio il tema della preghiera a dire il superamento radicale del narcisismo».

Con queste parole e la benedizione finale, l’Arcivescovo ha concluso la serata dedicata a “Dante maestro di preghiera”, nella quale monsignor Marco Ballarini, prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana, ha proposto la Lectio centrale, inframmezzata da brani musicali interpretati dai cantori della Cappella Musicale del Duomo, diretti dal maestro Alessandro La Ciacera.

Il luogo e la data

Una serata di alto profilo culturale e spirituale in un luogo particolarmente evocativo, la chiesa di San Sepolcro, e in una data non casuale. Infatti, esattamente 700 anni fa, nella notte tra il 13 e il 14 settembre, a Ravenna dove era esiliato, Dante Alighieri – di ritorno da una missione diplomatica presso la Serenissima Repubblica di Venezia -, terminava la sua vita terrena, si disse per una febbre malarica contratta durante il viaggio. In questo anno a lui dedicato, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, ha inteso in questo modo celebrare il poeta.

«Oggi ricordiamo la morte di Dante: la morte è quel momento assolutamente personale in cui la libertà umana si consegna a Dio e, dunque, non vi era un momento migliore per parlare di questi temi», ha sottolineato l’Arcivescovo, cui erano accanto il presidente del Collegio dei Conservatori dell’Ambrosiana Lorenzo Ornaghi, l’arciprete della Cattedrale monsignor Gianantonio Borgonovo, il vicario episcopale per la cultura monsignor Luca Bressan, presenti i sacerdoti Dottori e il segretario generale della stessa prestigiosa Biblioteca-Pinacoteca Ugo Pavanello, esponenti del mondo accademico, come il rettore dell’Università degli Studi Elio Franzini, e delle istituzioni culturali, come la soprintendente all’Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana, Antonella Ranaldi.

Ballarini: «Seguendo lui, cresce la possibilità di salvezza»

Insomma, se Dante è “sommo” in poesia, il “Ghibellin fuggiasco” – che, in verità, era guelfo bianco – fu anche un maestro assoluto di preghiera e un teologo finissimo. Infatti, come ha spiegato monsignor Ballarini, «nel Prologo del Paradiso, scrivendo “forse di retro a me con miglior voci si pregherà”, l’Alighieri volle esprimere la speranza che la sua “Commedia” fosse di aiuto ai lettori anche per la preghiera personale. Dante, quindi, sembra proporsi, con un “forse”, che dice tutta la consapevolezza della serietà e dell’audacia dell’affermazione, come guida per un immenso coro di preghiera che si innalzerà a Dio “con miglior voci”. Seguendo lui, tenendo lui come guida, si imparerà a pregare ancora meglio, aumentando le nostre possibilità di salvezza».

Così, dal secondo canto del Purgatorio che è, però, il primo della Divina Commedia che si fa preghiera – In exitu Israel de Aegypto, titolo anche di una composizione cinquecentesca eseguita dai Cantori -, «si ricavano due indicazioni fondamentali per ogni preghiera cristiana: mettersi a pregare significa mettersi in cammino, decidere di abbandonare quanto ci tiene lontani da Dio per incontrarci con Lui. L’altra caratteristica – ha proseguito Ballarini – della preghiera autentica è quella indicata dal “tutti insieme a una voce”. La preghiera cristiana avviene nella comunione, è sempre preghiera che accade nella Comunione dei santi, anche quando è innalzata dal più sperduto degli eremiti e, soprattutto, non tollera divisioni. Ma ogni preghiera, anche quella più universale e quotidiana, anche quella rivolta dall’intera comunità dei figli all’unico Padre, deve diventare sempre personale, recitata “in situazione”, capace di assorbire desideri e sentimenti, sofferenze e peccati del momento, come questo Padre nostro di Dante che sembra nascere dal cuore pentito del superbo».

Il messaggio della preghiera

Espressioni riprese dall’Arcivescovo a margine dell’evento, riflettendo ancora sulla questione approfondita nella serata terminata dalla preghiera a Maria di San Bernardo, “Vergine madre, figlia del tuo figlio”, musicata dallo stesso La Ciacera. «Il nostro interesse estetico, scientifico, letterario rischia di essere quasi un filtro che non fa comprendere le ragioni profonde del percorso dantesco e del suo soffrire. La preghiera è ciò che di più personale, e insieme di più ecclesiale, c’è nella vita di ciascuno e in Dante, come personaggio così profondamente capace di entrare nel Mistero, questo aspetto è un messaggio che dobbiamo custodire, al di là di ciò che è più convenzionale. Quindi, insieme con la passione politica, con la capacità di indagare i sentimenti, l’amore e le varie passioni dell’uomo, questa esperienza, intensità ed esemplarità della preghiera, è un messaggio che, penso, dobbiamo raccogliere anche come uno dei migliori frutti di questo anno centenario Forse l’insegnamento di Dante può dirsi così, imparate a pregare».

 

 

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