Furono "ribelli per amore": una “ribellione” come scelta consapevole dell’umano contro il disumano, una “resistenza” che è stata innanzitutto un’opera di carità, di assistenza, di fratellanza nel nome di Cristo. Tre storie, semplici ed eroiche allo stesso tempo, tra le moltissime che sono documentate negli archivi storici della Diocesi di Milano.

di Luca FRIGERIO

Celebrare il “Giorno della memoria” significa non soltanto ricordare l’orrore della Shoah, la tragedia dell’Olocausto, ma anche non dimenticare i nomi, i volti, i gesti di chi ha contribuito, nella tempesta della guerra e dell’odio, a salvare delle vite umane. Esponendosi in prima persona, rischiando sulla propria pelle, arrivando a volte a condividere la stessa sorte dei perseguitati.

Così è stato per molti figli della Chiesa ambrosiana, sacerdoti e laici, giovani e anziani. Uomini che si sono ribellati alla violenza diffusa, alla volontà di sterminio, a un sistema in cui ogni libertà era negata. “Ribelli per amore”, appunto. La cui “ribellione” è stata la scelta consapevole dell’umano contro il disumano. La cui “resistenza” è stata innanzitutto un’opera di carità, di assistenza, di fratellanza. Il non cedere alla logica dell’odio, rivendicando che ogni uomo ha diritto a vivere, fratello in Cristo.

Su queste pagine, negli anni scorsi, abbiamo ricordato alcuni di questi eroi “nascosti”. E ora ne presentiamo altri tre, così come emergono dagli archivi diocesani, che conservano centinaia, migliaia di testimonianze di atti compiuti nelle terre ambrosiane per porre in salvo quanti erano ricercati e braccati, in quei mesi terribili tra il settembre 1943 e l’aprile 1945. Consapevoli che tantissimi altri episodi rimarranno per sempre ignoti, conosciuti soltanto dai protagonisti e da Dio.

Chi ha conosciuto don Giuseppe Berra, classe 1907, ne ricorda lo spirito semplice ed entusiasta con cui affrontava ogni cosa. Durante il secondo conflitto mondiale era coadiutore a Locate Varesino: «Un periodo difficile, ma allo stesso tempo bellissimo… – era solito dire -: quanto bene si è potuto fare e quanto male evitare!».

Dopo l’Armistizio don Giuseppe si prodiga nell’assistenza materiale e religiosa ai gruppi di partigiani operanti nel territorio, nell’aiuto a perseguitati politici e razziali, organizzando anche pericolose missioni d’espatrio nella vicina Svizzera.

Fra i tanti episodi, lo stesso sacerdote ambrosiano ne rievocava uno in particolare. Nell’ottobre del 1943 due fratelli ebrei, i cui famigliari erano stati deportati in Germania, avevano trovato rifugio in casa di don Berra. I due uomini, forse confidando in una pregressa conoscenza, sostengono che per la loro salvezza ci si debba rivolgere direttamente a Farinacci, il gerarca fascista che più di ogni altro si era “distinto” per il suo antisemitismo. È una follia, eppure don Giuseppe accetta di recarsi a Cremona, dove viene organizzato l’incontro: il Ras minaccia il prete di farlo arrestare, ma alla fine, vinto dal suo candore evangelico, promette che non avrebbe impedito la fuga dei due ebrei all’estero. E così avviene, mentre il coadiutore di Locate, sino alla fine della guerra, si impegna in altre testimonianze di carità cristiana.

Don Giovanni Battista Guzzetti era un giovane professore presso il Seminario di Venegono: pubblicamente, in conferenze e incontri, già prima dell’inizio della guerra aveva manifestato la sua contrarietà al fascismo e soprattutto alle leggi razziali, sulla base del magistero di Pio XI e di Pio XII. Per questo le autorità fasciste l’avevano denunciato e messo sotto inchiesta.

Con la creazione della Repubblica di Salò don Guzzetti intensifica la sua azione di accoglienza e protezione nei confronti di ebrei ricercati e perseguitati politici, facilitando il loro espatrio in suolo elvetico, avendo come base il paese di Malnate. Nel marzo del 1944, in particolare, riesce a ricoverare al Castello Amigazzi un gruppo di donne ebree, munendole di falsi documenti. L’imprudenza di una di loro, purtroppo, mette in pericolo il sacerdote, che deve nascondersi a Casbeno, presso l’amico don Ubaldo Mosca. Qui, in seguito a un bombardamento aereo delle officine Macchi, con grave rischio personale don Giovanni porta soccorso ai feriti, ricevendo un encomio solenne dal comando militare. La qual cosa, paradossalmente, gli permette di riprendere con maggiore efficacia la sua opera di assistenza nei confronti dei perseguitati dai nazifascisti.

Nel 1943 don Emilio Meani era assistente dell’oratorio di Asso. Dopo l’8 settembre nasconde nei locali della parrocchia e nelle cascine sparse della Vallassina i soldati italiani sfuggiti alla cattura dei tedeschi. Presto arrivano anche famiglie ebree, scampate ai rastrellamenti a Milano e a Como. Una di queste, colpita dalla generosità senza limiti del sacerdote, chiede con insistenza di essere ammessa al battesimo: gli atti vengono registrati su un apposito quaderno, che viene nascosto con cura nel corso delle perquisizioni della polizia fascista che si susseguono sempre più frequenti.

Don Emilio, infatti, è tenuto sotto stretta sorveglianza. Anche perché dal pulpito non nasconde la sua avversione per il regime di Mussolini, invitando a un risveglio delle coscienze: motivo per cui viene più volte minacciato, anche con le armi. Ma, all’indomani della Liberazione, sarà soprattutto merito suo se ad Asso non avvengono esecuzioni sommarie e si procede con regolari processi nei confronti di chi è accusato di crimini di guerra. Lo stesso comandante della guarnigione repubblichina, colui che più di tutti aveva chiesto l’arresto e la deportazione del sacerdote, invoca l’aiuto di don Meani. E avrà salva la vita.

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