Fu monsignor Pasquale Macchi, nel 1983, a chiedere al noto pittore italiano di affrescare la terza cappella della Via Sacra varesina. Un'impresa che segnò profondamente gli ultimi anni dell'artista.

di Luca FRIGERIO

Guttuso Fuga Egito Sacro Monte

Una piccola folla di curiosi si raduna lassù, alla fine della prima rampa del Sacro Monte di Varese. I più osservano in silenzio, qualcuno commenta a bassa voce, altri scattano delle foto, per ricordo: ne vale la pena. È più di un mese che va avanti così, e il pittore si è ormai abituato. Non è infastidito, anzi, gli piace questa quotidiana attenzione al suo lavoro che va realizzandosi giorno dopo giorno. Lui che, fino a quel momento, ha sempre prediletto dipingere nella quiete e nella solitudine del suo studio. Lui che è consapevole, in quell’autunno del 1983, alle soglie dei 70 anni, di essere considerato fra i più importanti artisti italiani del nostro tempo. Lui che si chiama Renato Guttuso.

«Fu un’esperienza rara, unica per me», scrisse una volta conclusa questa commissione in fondo così insolita per lui. Che non era certo un pittore di chiese, né un iconografo del trascendente, noto semmai per le sue tematiche sempre legate alla realtà e al presente, ma ora chiamato ad affrescare la grande parete esterna di una delle cappelle della Via Sacra varesina – la terza, per l’esattezza – con un soggetto religioso, quello della Fuga in Egitto, tratto direttamente dal Vangelo di Matteo. «Un’esperienza – ricordava appunto Guttuso – che mi ha indotto a riflettere sia sul comportamento mio durante il lavoro, che sulle ragioni stesse della nostra vita con la pittura e sulla sua funzione nella nostra vita e in quella degli altri».

In questi giorni, di Renato Guttuso si ricorda il centenario della nascita. Ed è bello, ambrosianamente, farne memoria proprio con quest’opera varesina, che ancor oggi si offre allo sguardo di un pellegrinaggio continuo di fedeli e di turisti, di chiunque salga e scenda per le falde sacromontane. Tanto da farne, se non la più celebre, forse la più vista fra le pitture del maestro: siciliano di nascita, romano per carriera, ma in qualche modo anche prealpino, per destino e per scelta. Sì, perché proprio a Velate, il borgo adagiato sul versante meridionale di Campo dei Fiori, Guttuso era solito trascorrere l’estate in una casa che la moglie Mimise aveva ereditato, riposando e dipingendo, pensando e creando.

Una presenza che non era certo sfuggita a monsignor Pasquale Macchi, allora arciprete del santuario di Santa Maria del Monte, dopo essere stato per lunghi anni segretario di quel papa Paolo VI che così accoratamente si era appellato alla vocazione degli artisti per quella bellezza che salva. Fu lui a chiedere a Guttuso di porre mano a una delle cappelle del Sacro Monte, intervenendo laddove le ingiurie del tempo avevano pressoché cancellato la scena originaria, dipinta nel Seicento da Francesco Nuvolone. Perplesso per tale proposta fu forse, all’inizio, lo stesso pittore. Perplessi furono molti, in verità, alla notizia dell’incarico. Chi non ammetteva che un’opera contemporanea potesse inserirsi nella storicità del percorso sacromontano. Chi soprattutto non accettava che, ad affrontare quel compito, fosse un artista che si dichiarava ateo. «Ma anche l’ateismo è una fede – rispondeva serafico monsignor Macchi a questa obiezione -. Seppur senza speranza».

Senza nulla rinnegare del suo vissuto, artistico e intellettuale, Guttuso pensò a una Sacra Famiglia aliena da qualsiasi oleografia, ma vera, concreta, incarnata nell’oggi. La fuga di Giuseppe e Maria, col Bambinello al collo, a ricordare le fughe di tutte le famiglie di fronte all’odio e alle violenze di tutti gli Erode di tutti i tempi. Ma, insieme, una famiglia realmente ebrea e palestinese ad un tempo, come quella evangelica, come quella che lo stesso pittore siciliano, e tutti con lui, potevano vedere in quegli anni nei servizi televisivi e nei reportages fotografici dal Medio Oriente…

I colori sono forti, di una luce vivida e solare, come la sua Sicilia, come la tavolozza di Guttuso ci ha abituato. La Vergine stringe al petto il figlio che dorme, e lo culla, e lo protegge, come la Madonna di Caravaggio nel celebre suo dipinto di simile soggetto. A differenza della più consueta iconografia, invece, il falegname Giuseppe non procede a piedi ma è salito anch’egli sulla groppa dell’asino, caricato anche delle povere masserizie domestiche. Asino buono, asino paziente, che ha qui compagnia nella capretta dall’aria sorniona, che darà latte e sostentamento nell’esilio.

Non c’è l’angelo a guidare la famiglia profuga, ma, con ancora maggiore pregnanza simbolica, la colomba: della pace invocata, certo, ma anche il segno della nuova alleanza, il conforto della guida dello Spirito Santo. «Il racconto evangelico – ricordava Guttuso – si ripete ai nostri giorni».

In occasione del centenario della nascita di Renato Guttuso, Varese dedica una mostra alla Fuga in Egittodel maestro, con l’esposizione inedita del cartone originale: a Villa Mirabello, fino a domenica 3 febbraio (da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 18; ingresso libero).

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