Una mostra "piccola" per pezzi esposti, ma grande per interesse: una serie di piccoli e rari bronzi rinascimentali, collezionati dal conte Guido Cagnola agli inizi del Novecento, e oggi esposti nella sua Biblioteca, nella storica dimora di Gazzada.

di Luca Frigerio

Si sale nelle “segrete” stanze, e ovunque si volga lo sguardo si scoprono meraviglie e sorprese. Quadri, libri, statue, arazzi, mobili, porcellane… Un patrimonio straordinario che il conte Guido Cagnola ha accumulato in una vita di appassionate ricerche, in Italia e per il mondo, facendo della sua villa di Gazzada, alle porte di Varese, un’oasi di bellezza – dentro quella artistica, fuori quella della natura -, che settant’anni fa ha voluto lasciare in eredità alla Santa Sede, perché tutti ne potessero godere.

Tesori che sono già stati catalogati, ma che continuano a essere studiati. E che ancora, per tanta parte, devono essere svelati al grande pubblico. Come avviene oggi grazie a una nuova mostra, allestita proprio nel cuore di Villa Cagnola, in quella biblioteca dove il nobile collezionista si ritirava in compagnia dei suoi “gioielli”. Un sancta sanctorum della cultura nel quale tutto è rimasto come era un tempo, e dove ora, eccezionalmente, i visitatori sono ammessi per un limitato periodo.

Protagonisti della rassegna sono dei pezzi davvero particolari: le placchette rinascimentali. Oggetti piccoli per dimensioni, ma di grande pregio artistico e, in molti casi, di assoluta rarità. Si tratta, cioè, di una sorta di “medaglioni”, ovvero di bassorilievi in bronzo di 5 o 6 centimetri di diametro, che ebbero ampia diffusione tra la seconda metà del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, utilizzati per lo più come ornamenti da mettere su armature e capi di vestiario, ma anche su cofani e cassoni, su apparati liturgici, o anche quali decorazioni per rilegature librarie di particolare importanza.

Alla produzione di queste placchette si dedicarono celebri artisti come Donatello o il Filarete, realizzando immagini tridimensionali a partire da disegni e dipinti ben noti, ispirandosi ai reperti archeologici che proprio in quel tempo si andavano riscoprendo, oppure creando lavori del tutto originali. Opere, in ogni caso, legate a tre principali filoni iconografici: storie della Bibbia e raffigurazioni di santi; emblemi e allegorie; mitologia classica e vicende epiche. E la mostra in corso, la prima di un ciclo che si svilupperà negli anni, presenta proprio una selezione di piccoli bronzi rinascimentali con temi legati all’antichità.

Cagnola collezionò questi pezzi soprattutto nel primo ventennio del secolo scorso, come “naturale” conseguenza del suo interesse per l’arte italiana del XV secolo, riuscendo a reperire sul mercato antiquario esemplari di notevole qualità. In consonanza, insomma, con quegli eruditi e quegli umanisti del Rinascimento che proprio all’espressivo linguaggio di questi preziosi manufatti affidavano la sintesi di complesse simbologie e di raffinate speculazioni filosofiche.

Tra le placchette esposte, a cura di Andrea Bardelli (conservatore delle collezioni di Villa Cagnola), spiccano le due attribuite al cosiddetto “Maestro di Orfeo”, un artista che gli studiosi non sono ancora riusciti a identificare con precisione, ma che per la qualità dei suoi lavori pare accreditarsi come allievo dello stesso Donatello, forse attivo nella Firenze di Lorenzo il Magnifico.

Il primo bronzo si ispira a un passo dell’Eneide di Virgilio, e mostra Enea che scende agli inferi guidato dalla Sibilla cumana, mentre Caronte respinge a colpi di remi le anime dei defunti, per fare spazio sulla barca ai nuovi arrivati. Un episodio che i Padri della Chiesa avevano largamente commentato in chiave escatologica.

Il secondo pezzo, invece, illustra la fucina di Vulcano: il fabbro dell’Olimpo è colto nel momento in cui, con l’assistenza di Mercurio, sta temprando le ali di Cupido che, con il suo arco, s’aggrappa ad una figura alata, forse da identificare come la Vittoria. Una scena, insomma, che potrebbe rappresentare il trionfo di Amore, nel rapporto, sempre presente nelle liriche quattrocentesche, tra amor sacro e amor profano.

Splendide sono anche le due placchette bronzee firmate “Moderno”, da considerarsi come un marchio di bottega più che un nome proprio, da alcuni ricercatori identificato in un orefice veronese influenzato dalla pittura del Mantegna. L’una mostra Caco che trascina una mucca per la coda mentre Ercole giace addormentato, secondo il racconto di Tito Livio nella Storia di Roma. L’altra propone un cavaliere armato che travolge gli avversari, in una scena di combattimento che è stata largamente ripresa in diversi contesti, anche con il significato allegorico dell’esito incerto di intellettuali “battaglie”.

Ma l’esemplare forse più affascinante è quello che reca la sigla “Ioff”, di un misterioso e abile artefice che ultimamente è stato riconosciuto nel lombardo Giovanni da Fondulis, padre del più noto Agostino, l’autore del magnifico Compianto su Cristo morto in San Satiro a Milano. Si tratta di una placchetta enigmatica, dove la complessa simbologia delle figure rimanda probabilmente al concetto di <prudenza>. Virtù che i visitatori di Villa Cagnola, in questo caso, potranno tranquillamente mettere da parte, per scoprirne tutte le meraviglie.

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