Nell’ambito della manifestazione letteraria milanese un reading aperto al pubblico alla Casa della Memoria sul progetto Simurgh, realizzato in tre istituti di pena lombardi: un percorso a tappe che ha coinvolto detenuti e personale penitenziario

di Luisa Bove

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Uno degli acquerelli di Peter Sis

Il progetto Simurgh sbarca a Bookcity e diventa uno spettacolo. Anzi, un reading, in programma domenica 18 novembre, alle 18, alla Casa della Memoria (via Federico Confalonieri 14, Milano), per la regia di Roberta Secchi. La performance è l’esito finale di un anno di lavoro che ha coinvolto le Case circondariali di San Vittore, Pavia e Brescia.

«Simurgh. Conoscere e gestire il pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi», progetto finanziato da Fondazione Cariplo, dura tre anni e si svolge in 9 carceri della Lombardia (su 18). Capofila è l’Università Statale di Milano con il Dipartimento di Scienze giuridiche, altri partner sono il Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria), la Curia arcivescovile, Caritas ambrosiana, la Biblioteca pinacoteca ambrosiana, la Comunità ebraica di Milano, Coreis (Comunità religiosa islamica italiana) e l’Istituto studi di buddismo tibetano di Milano Ghe Pel ling.

Di fronte a una società multiculturale e multireligiosa, frutto del fenomeno migratorio, anche in un contesto come quello penitenziario – che vede presenze molto diverse – diventa importante ridurre incomprensioni e tensioni, per costruire modelli di convivenza. Per questo – spiega Ileana Montagnini, responsabile dell’Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana – «sono state organizzate tre giornate di formazione e informazione con tre moduli: antropologico, sociologico-giuridico ed etico». Il percorso è stato rivolto alle persone detenute (uomini e donne) e al personale, quindi agenti penitenziari, educatori, medici, insegnanti, cappellani, operatori… Al termine è stato organizzato un laboratorio, inserito in un altro già esistente (lettura dei quotidiani, cineforum, pittura, fotografia…), durante il quale si metteva a tema il messaggio del Simurgh, per lasciare poi nuovamente spazio all’attività laboratoriale tradizionale.

Nel caso di San Vittore il laboratorio di Simurgh si è inserito nei pomeriggi in cui i volontari e gli operatori delle «Biblioteche in rete a San Vittore» (che comprendono il Comune di Milano, BiblioLavoro, Gruppo Cuminetti, Casa della carità e altri) si incontravano con un gruppo di detenuti. Carcerati, agenti e operatori hanno riflettuto e si sono confrontati a partire da un poema preislamico del XII secolo, La conferenza degli uccelli. Nella mitologia persiana il Simurgh è un re uccello che ispira un viaggio di ricerca lungo e faticoso, tra ostacoli e insidie, a tutti i volatili della terra. Ad arrivare alla meta – la montagna di Qaf dove vive il Simurgh – alla fine saranno solo 30 uccelli. Si tratta di un’opera imponente: per questo negli istituti di pena (al mattino con il personale e al pomeriggio con i detenuti) è stata utilizzata una versione più breve e semplificata, arricchita anche dai disegni in acquerello del noto illustratore Peter Sis.

«Nei tre incontri – racconta Montagnini – i partecipanti hanno esaminato il testo. Ognuno esprimeva ciò che significava per lui: difficoltà del viaggio, voglia di abbandonarlo o di continuare… La metafora del viaggio, della ricerca, è molto adatta, perché tutti siamo in cammino, nella vita e dal punto spirituale». Alla fine del poema, la montagna di Qaf si apre, i 30 uccelli vi accedono e scoprono di essere loro stessi il Simurgh: «Scoprono che solo insieme, a partire dalle differenze spirituali e religiose, acquistano una forza divina. Il poema insegna che solo stando uniti, uccelli diversi (il gufo, il cardellino, la cicogna…), portatori di un vissuto, ricevono la rivelazione. Grazie a questo percorso i partecipanti colgono la dimensione e la necessità di lavorare insieme, nonostante vengano da tradizioni e religioni diverse».

Il progetto non aveva lo scopo di fare «prevenzione del radicalismo», ma di aprire al «dialogo», per educare alla pluralità, evitando la facile deriva del «noi» e «loro», così facile in ambiente carcerario. Le due religioni maggiormente rappresentate in carcere sono la cristiana (non più solo cattolica) e musulmana; gli ebrei sono invece pochissimi, come pure i buddisti.

«Al laboratorio di San Vittore a Milano avevamo tra i docenti anche un monaco buddista, mentre l’apporto di Coreis era fondamentale per rispondere agli interrogativi del personale e dei detenuti», spiega Montagnini. Durante il laboratorio le domande, rivolte al docente dell’università, al rabbino o all’imam, erano molto pratiche. «Se interrompo la preghiera è vero che devo ricominciare?». E l’imam: «Assolutamente no. La preghiera del venerdì è come il Rosario: se si interrompe dopo una decina, non si deve ricominciare». Se un agente deve chiudere la cella a una certa ora, commenta Montagnini, «sa di poterlo fare perché la persona detenuta non è impedita nel suo diritto religioso. Cosa che succede quando invece un ebreo non ha il cibo kasher (nel rispetto delle regole alimentari del giudaismo, ndr), per questo la comunità ebraica interviene portandolo a chi è in carcere». E ancora: «È vero che l’autolesionismo è praticabile da qualche religione?». Assolutamente no, hanno risposto autorevoli docenti, anzi, «è peccato!». Un’affermazione che ha colpito molto i presenti.

Il progetto Simurgh ha già portato frutti. «Durante il percorso c’era il Ramadan con la preghiera serale – spiega Montagnini -. Ebbene, non è più stata pronunciata ad alta voce come accadeva prima, ma veniva dato il segnale e poi ognuno pregava in silenzio per non disturbare gli altri».

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