Negli ultimi mesi su impulso della “Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte” è stato affidato a Riccardo Valente, con la collaborazione dell’Università Cattolica, lo studio del corpus di graffiti presenti sugli affreschi che decorano la cripta del Santuario

Santa_Caterina_Graffiti

Di graffiti, cioè scritte e disegni sui muri, è facile leggerne nelle pagine di cronaca, in seguito a qualche atto vandalico o qualche manifestazione artistica (spesso il confine tra le due è labile). Meno frequente il legarli ad un contesto sacro, come il Santuario di S. Maria del Monte sopra Varese. Eppure la spinta di scrivere sui muri ha da sempre accompagnato l’uomo nel corso della storia, come ben testimoniano le migliaia di graffiti, quelli spesso dal contenuto profano però, ancora leggibili sui muri diroccati di Pompei ed Ercolano.

Negli ultimi mesi su impulso della “Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte” e grazie al supporto di un bando regionale per la cultura è stato affidato al dott. Riccardo Valente, con la collaborazione del Dipartimento di Studi medioevali e umanistici dell’Università Cattolica, la documentazione e lo studio del corpus di graffiti presenti principalmente sugli affreschi che decorano la cripta del Santuario e gli ambienti di accesso, preservati con attenzione durante le recenti attività di restauro.

L’indagine ha permesso l’individuazione e la lettura di un nucleo di graffiti, incisi da pellegrini e visitatori del luogo sacro, risalenti alla seconda metà del sec. XV, precedenti quindi al rinnovamento di epoca Sforzesca avvenuta successivamente alla venuta sul Monte delle Beate Caterina e Giuliana.

Firme di visitatori si rintracciano anche per tutto il secolo seguente, il XVI, assieme anche ad alcune espressioni di carattere laico non del tutto interpretabili. Benché l’identificazione delle personalità ricordate nei graffiti non sia un compito facile, dalle scritte spesso poco leggibili emergono nomi e professioni: due sacerdoti che lasciano il segno del proprio passaggio nei primi decenni del ‘500, un notaio venuto in visita nel secolo precedente, forse uno speziale; di altri ci sono stati tramandati solamente le iniziali. Un nome e una data, o poco più, per ricordare agli altri, ai Santi e forse a sé stessi la visita alla chiesa di S. Maria.

Molti spazi del Santuario, come ben immaginabile in un così importante luogo di pellegrinaggio, dovevano essere pervasi dalla presenza della scrittura: lo si intuisce dalla presenza di numerose tracce, ormai purtroppo sostanzialmente illeggibili eccetto che per qualche lettera isolata, presenti sui corridoi di accesso alla cripta e che non si limitano solamente alle pareti ma arrivano ad invadere addirittura le basse volte. Realizzati principalmente a carboncino o sanguigna, questi graffiti non sono sopravvissuti alle numerose imbiancature subite dagli ambienti, perdendosi irrimediabilmente.

La pratica sembra perdersi tra 1600 e 1700, forse in occasione con la modifica di alcuni percorsi devozionali, per poi riprendere tra la fine del sec. XIX e il XX quando riprendono numerosi, questi ultimi realizzati ormai a matita. Siamo ormai nell’età contemporanea, e anche i graffiti assumono le forme a cui siamo più abituati e che ci capita spesso di incontrare.

Dei risultati definitivi dello studio verrà dato conto prossimamente tramite una pubblicazione dedicata.

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