A sessant'anni dalla morte della morte del grande collezionista, a Gazzada se ne ricorda la figura e le donazioni con un convegno, sabato 15 marzo. Un'occasione per conoscere e riscoprire una personalità significativa del secolo scorso.

di Luca FRIGERIO

Villa Cagnola Gazzada

«Sono stato fortunato!», confidò Guido Cagnola all’amico don Luigi Bietti poche ore prima di morire: «Sono rientrato nel grembo della Chiesa romana, per preparà i me valis… e ades podi andà». Un addio semplice e sereno, per un uomo dalla vita intensa e dalla personalità complessa, amante della bellezza dell’arte eppure lungamente travagliato nell’animo da una ricerca spirituale contrastata. Ma che alla fine del suo lungo cammino terreno poteva finalmente sentirsi in pace, anche per la consapevolezza di aver realizzato tanti progetti, nel sociale come nella cultura, con grande generosità.

Guido Cagnola moriva il 15 marzo 1954, sessant’anni fa. E oggi, nella “sua” Gazzada a pochi chilometri da Varese, proprio in quella Villa dove visse quasi tutta la sua vita (e che volle infine donare al Vaticano insieme alla sua magnifica collezione di opere d’arte), la figura del munifico aristocratico verrà ricordata in un convegno, che si terrà nella mattinata di sabato prossimo (i dettagli del programma allegato).

Era nato significativamente nel 1861, Guido Cagnola, rampollo di una nobile e ricca famiglia milanese, figlio di un autorevole senatore di quel Regno d’Italia appena unificato. E tuttavia orfano di madre fin dalla fanciullezza, e quindi affidato a rigidi collegi scolastici. Più felice fu invece la sua giovinezza, quando potè viaggiare in Europa e fra le sponde del Mediterraneo e dell’Atlantico, da Londra a Parigi, dal Cairo a Istanbul, fino a Lisbona e in Terra Santa, anche con incarici diplomatici: un’esperienza formativa importante, perché, come ebbe modo di scrivere, «i giudizi devono poggiare sempre su realtà vedute e coscienziosamente esaminate».

Nel 1897 venne eletto deputato a Roma, parendo così seguire le orme paterne in politica. In realtà il conte Cagnola lasciò dopo solo tre anni l’aula parlamentare, preferendo concentrare il suo impegno civile in una dimensione più locale, rivestendo per oltre un quarto di secolo la carica di sindaco di Gazzada, borgo nella cui villa di famiglia si era definitivamente stabilito. Di orientamento liberale, Guido fu tuttavia sensibile alle istanze sociali del suo tempo, come rivelano le opere pubbliche da lui realizzate e i pensieri raccolti nei suoi diari, consapevole delle responsabilità che la sua condizione agiata e aristocratica gli imponeva verso il “popolo”.

Ma fu soprattutto l’amore per l’arte, la grande passione che animò tutta la sua vita. Un interesse anch’esso “di famiglia”, ma che Cagnola interpretò in una dimensione assoluta, come motore ideale e morale della sua stessa esistenza. Circondarsi di cose belle, per il nobile di Gazzada, non era infatti solo un modo per appagare la sua sensibilità estetica, ma anche una filosofia di vita, e perfino un dovere “patriottico”, preservando piccoli e grandi capolavori dall’oblio e dalla dispersione, in anni in cui i collezionisti stranieri facevano incetta di opere nel nostro Paese, non ancora tutelato da normative precise sui beni culturali.

Estimatore dei pionieri della moderna critica italiana, Guido Cagnola fu tra i fondatori della prestigiosa rivista Rassegna d’arte, di cui tenne anche la direzione per lungo tempo. Da queste pagine, il nobiluomo svolse un’intensa opera di divulgazione della storia dell’arte italiana, con particolare attenzione ai cosiddetti Primitivi, cioè a quei maestri umbri e toscani del Duecento e del Trecento allora non ancora pienamente considerati. Memorabili, in tal senso, furono le sue ripetute spedizioni nell’Italia centrale, dove insieme all’amico Bernard Berenson, il grande storico dell’arte americano innamorato del nostro Paese, si impegnò nella riscoperta e nella valorizzazione di luoghi e di capolavori “minori”, eppure straordinari.

Ma un simile cercatore di bellezza non poteva non avere un interesse vivissimo anche per la questione religiosa. Inizialmente affascinato dal buddismo e dalle dottrine orientali, già nei primi anni del Novecento Guido entrò in contatto con gli ambienti del modernismo cattolico lombardo, di Fogazzaro e di Gallarati Scotti prima, di Buonaiuti poi. Erano i segni di un riavvicinamento del conte Cagnola alla fede cristiana, che maturò in un tormentato processo interiore fino alla piena conversione nel 1946, con il ritorno nel seno della Chiesa cattolica sotto la guida spirituale di don Luigi Bietti.

In quegli stessi giorni, Guido Cagnola prese la decisione di donare al Vaticano la Villa di Gazzada, compresa la sua straordinaria collezione d’arte, per farne un luogo dove discutere e confrontarsi sui grandi temi della fede e della vita, della religiosità e della laicità, anche a livello internazionale. Come è effettivamente oggi, grazie all’Istituto superiore di Studi religiosi e alla Fondazione Ambrosiana Paolo VI che qui hanno sede.

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