Era il 23 settembre 1565 quando il Borromeo fece il suo ingresso come arcivescovo della diocesi ambrosiana, desideroso di rendere concrete le nuove disposizioni del Concilio di Trento. Dopo un secolo di abbandono e di decadenza, la Chiesa di Milano ritrovava finalmente il suo pastore: un "nuovo Ambrogio", come fu sibito acclamato.

di Luca FRIGERIO

«Domenica, dopo vespro, entrai solennemente in Milano e fui ricevuto con tutti gli onori possibili e con tanto concorso e devozione di questo popolo, che io ne restai consolato oltre modo». Così san Carlo Borromeo scriveva a un caro amico, il cardinale Tolomeo Gallio, raccontandogli il suo ingresso come arcivescovo della diocesi ambrosiana, avvenuto il 23 settembre 1565, 450 anni fa. Un evento che segnava l’inizio di una nuova epoca, per molti versi davvero straordinaria, per la Chiesa di Milano. E non solo.

Carlo aveva allora 26 anni (“appena”, verrebbe da dire), e molte cose erano già cambiate nella sua giovane vita. A cominciare da quando lo zio papa, Pio IV, cinque anni prima lo aveva chiamato a Roma nominandolo protonotario apostolico e dandogli subito la berretta cardinalizia, insieme a una serie di incarichi curiali e pontifici via via più importanti e più gravosi. Ma non si trattava semplicemente di “nepotismo”, seppur illuminato.

Il ventenne Borromeo, infatti, aveva compiuto un vero e proprio percorso di conversione, che lo aveva portato, nel 1563, alla decisione per nulla scontata di farsi ordinare prete e quindi vescovo, per “regolarizzare” con un atto di grande responsabilità la sua situazione ecclesiastica come amministratore della diocesi di Milano. Rinunciando così a portare avanti la linea dinastica e a occuparsi in prima persona degli affari di famiglia, come invece il parentado gli chiedeva a gran voce, soprattutto dopo la morte improvvisa dell’amato fratello maggiore Federico.

Il “cardenal nipote”, insomma, voleva mettere in pratica in prima persona quello che al Concilio di Trento era stato discusso, quelle riforme ecclesiali, di natura organizzativa e spirituale, che lui stesso aveva contribuito a elaborare nelle fasi finali dei lavori. Anche se Pio IV non era ancora disposto a privarsi dei suoi preziosi servigi a Roma…

Così, in attesa di poter insediarsi nella diocesi che gli era stata affidata, san Carlo preparò il terreno inviando a Milano alcuni suoi collaboratori di fiducia. Come i predicatori della Compagnia di Gesù, guidati da padre Benedetto Palmio. E, soprattutto, come il sacerdote Nicolò Ormaneto, che scelse come proprio vicario generale essendo stato il braccio destro a Verona di Matteo Giberti, un vescovo che il Borromeo considerava quale modello di pastore e di santità.

Appena giunto nel capoluogo lombardo, l’Ormaneto convocò il Sinodo diocesano, mettendo all’ordine del giorno alcuni punti assai concreti, come l’obbligo di residenza per i curati nella parrocchia loro assegnata (con la conseguente rinuncia di altri benefici e rendite) e nel rispetto scrupoloso dei decreti tridentini, nonché l’urgente necessità di aprire un moderno seminario. Disposizioni che nel clero locale suscitarono l’adesione entusiastica di alcuni, ma anche la sdegnata opposizione di altri.

La situazione nella diocesi di Milano, del resto, non era facile né felice, dopo quasi un secolo di abbandono da parte dei vescovi che si erano succeduti sulla cattedra di Ambrogio solo “sulla carta”. La qual cosa aveva determinato indebite ingerenze politiche in campo ecclesiale e aveva favorito preoccupanti fenomeni di devianza religiosa, soprattutto nelle aree più isolate del territorio ambrosiano (all’epoca ancora più vasto dei confini attuali), in un clima di generale rilassatezza della pratica cultuale, dovuto in molti casi anche alla scarsa preparazione dei sacerdoti stessi.

Con l’urgenza di indire un nuovo Concilio provinciale, san Carlo ottenne così dallo zio papa di poter partire per Milano, il primo settembre 1565. Ma il viaggio fu costellato di diverse tappe (fra Siena, Firenze, Bologna, Modena, Nonantola…), in quanto Pio IV aveva investito il nipote del ruolo di legato apostolico, affinché verificasse lo stato di quelle diocesi.

Alla terza settimana, finalmente, il Borromeo giunse alle porte di Milano, accompagnato da una folta delegazione di prelati ambrosiani che gli erano andati incontro già a Parma. Presso l’abbazia di Chiaravalle si aggiunsero quindi i rappresentanti della nobiltà milanese e il governatore stesso della città, il duca di Albuquerque.

Come da antica consuetudine, il nuovo vescovo indossò i paramenti pontificali nella basilica di Sant’Eustorgio (da dove, secondo la tradizione, era iniziata l’evangelizzazione di Milano da parte dell’apostolo Barnaba) e poi si avviò in processione verso il Duomo, su un cavallo bianco e sotto un ampio baldacchino rosso. E si era ormai all’imbrunire di domenica 23 settembre.

Il passaggio del cardinale, in una città parata a festa (con archi trionfali e allestimenti allegorici, mentre le campane da ore suonavano a distesa), fu accolto da una folla immensa, in un misto di sentimenti, dalla semplice curiosità per questo giovane principe della Chiesa all’attesa emozionata per colui che si annunciava come premuroso pastore, ma anche al sospetto di chi temeva riforme che avrebbero potuto intaccare radicati privilegi.

E accaddero anche fatti straordinari e inquietanti, «grida di persone spiritate, che muggivano come bestie, ululavano e stridevano disperatamente, quasi che fosse loro di tormento estremo la presenza di questo santo arcivescovo», come annotò il Bascapè, segretario e primo biografo del Borromeo.

Ma su tutto, infine, mentre san Carlo varcava la soglia della cattedrale, si levò il grido: «È il nuovo Ambrogio!». Ed era la voce di un intero popolo a parlare.

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