Larga diffusione ha avuto l'iconografia del vescovo Borromeo che porta in processione la preziosa reliquia della Passione di Gesù durante la peste del 1576. Come vediamo in questa breve rassegna, dal Duomo di Milano a Roma, con artisti come il Fiammenghino, Fede Galizia, Procaccini, Tanzio da Varallo e il Saraceni.

di Luca FRIGERIO

Tanzio Varallo Santo Chiodo san Carlo Borromeo Cellio

In una città prostrata dalla peste, dove ogni famiglia piangeva i suoi morti, nell’abbandono delle civiche autorità, l’arcivescovo Carlo Borromeo indisse tre processioni penitenziali che avrebbero attraversato Milano, nei giorni 3, 5 e 6 ottobre 1576. In quest’ultima, che dal Duomo si diresse verso la basilica di Santa Maria presso San Celso, san Carlo portò la croce con la reliquia del Santo Chiodo, indossando, come descrive il biografo Bascapé, «la cappa paonazza, con il cappuccio sulla testa, trascinando per terra lo strascico. Aveva i piedi nudi, una fune attorno al collo, come si fa per i condannati…».

Ed è esattamente così che Gian Battista della Rovere, detto il Fiammenghino, rappresenta questo episodio in uno dei quadroni che nel Duomo di Milano illustrano la vita del Borromeo. Dipinta nel 1602, la composizione riesce ancor oggi a trasmettere il ritmo lento e cadenzato della solenne processione che si snoda per le vie di Milano, sotto un cielo livido e tempestoso, seguita da una folla numerosissima e implorante, dove ormai i ricchi e i poveri, i nobili e i derelitti sono come accomunati dalla tragedia del flagello in un unico grande “corpo” dolente…

Interessante, in questo telero del Fiammenghino, è anche la rappresentazione del paesaggio cittadino, dove allo skyline piuttosto attendibile di una Milano di fine Cinquecento (in cui si vede, dietro il baldacchino, la facciata della cattedrale secondo il progetto borromaico firmato da Pellegrini e Richini) si sommano le vicinissime, e quindi improbabili, colline sullo sfondo.

San Carlo regge la croce con il Santo Chiodo, preziosa reliquia della Passione di Gesù, già citata da sant’Ambrogio e, secondo la tradizione, presente nella cattedrale milanese fin dal IV secolo, quale dono dell’imperatore Teodosio all’arcivescovo di Milano (per un approfondimento si veda l’apposito articolo che si può cliccare nel box a sinistra).

La croce del Santo Chiodo
Per recare il Santo Chiodo in processione, l’arcivescovo fece costruire una croce in legno scuro incorniciata da un filo d’oro dipinto, con la reliquia inserita al centro, in una teca di cristallo, come si nota, appunto, nel quadrone del Fiammenghino (e nelle altre opere del medesimo soggetto, che vedremo fra poco). In seguito il manufatto venne donato dal cardinal Monti ai frati carmelitani di Concesa e, dopo la soppressione del convento, passò nella chiesa prepositurale di Concesa, dove si trova tuttora.

La croce dorata invece che ancor oggi viene usata per l’ostensione del Santo Chiodo, e che sarà esposta anche in occasione dell’evento del prossimo 8 maggio, venne fatta eseguire dal cardinale Federico Borromeo nel 1624. Si tratta di un pregevole lavoro d’intaglio, realizzato da Guido Mangone su disegno del Cerano, che mostra gli strumenti della Passione. Anche l’attuale teca che racchiude il Santo Chiodo è un piccolo capolavoro di oreficeria del XVII secolo: si tratta di un parallelepipedo a sezione ottagonale, interamente di cristallo di rocca, con cerniere e giunture in argento.

Il dipinto di Fede Galizia
Numerose, comunque, sono le opere d’arte che raffigurano san Carlo che reca in processione la croce con il Santo Chiodo, a testimonianza di come questo episodio si sia impresso nella memoria collettiva, quale episodio capitale durante l’episcopato del Borromeo. Raffigurato ad affresco, ad esempio, da Domenico Pellegrino nella cappella stessa di san Carlo in Arcivescovado (nel 1602 o 1603, quindi pressoché contemporaneamente al Fiammenghino) e da Cesare Nebbia nel collegio Borromeo di Pavia (1603 o l’anno successivo, al più tardi).

Una segnalazione particolare, tuttavia, merita soprattutto il quadro dipinto da Fede Galizia («donna, è vero, ma prodigiosa amazzone della pittura», commentava agli inizi del Settecento Carlo Torre, bontà sua…), forse già attorno al 1595. Originariamente collocata nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Milano e oggi conservata presso il Museo del Duomo, anche questa tela – probabilmente, dunque, precedente al quadrone del Fiammenghino – mostra san Carlo a piedi nudi e in abiti penitenziali: il volto del santo, pur mostrando la partecipazione alle sofferenze del popolo che gli è stato affidato, si distende già in un sorriso di speranza, gli occhi fissi sulla preziosa reliquia, mentre un raggio di sole dal cielo sembra già annunciare la fine della pestilenza.

Notevole, da un punto di vista documentario, la rappresentazione della facciata del Duomo che spicca alle spalle di san Carlo e che ha ancora l’aspetto dell’antica cattedrale di Santa Maria Maggiore. Un’immagine che oggi rimane nello stemma della Veneranda Fabbrica del Duomo.

1616, Giulio Cesare Procaccini
Un altro san Carlo in processione con il Santo Chiodo è quello che Giulio Cesare Procaccini dipinse nel 1616 per Carlo Francesco de Conti, come leggiamo in un’iscrizione in alto a destra del quadro stesso, oggi nella chiesa di Santa Maria Assunta a Orta. Una tela ammirata anche da Alessandro Manzoni, nelle sue giovanili frequentazioni cusiane, e la cui atmosfera sembra aver riversato anche nei Promessi sposi.

Come scrive Francesco Frangi, «il tono asciutto e concentrato della composizione, l’ambientazione spoglia e disadorna e anche la stessa qualità della stesura, solida e compatta, e non così effervescente come di norma nel Procaccini a queste date, tradiscono un evidente orientamento verso il Cerano e, in generale, un adeguamento ai caratteri più apertamente borromaici della pittura milanese». E tuttavia quel bagliore luminoso che circonda il Santo Chiodo, e che san Carlo come “spinge” direttamente verso lo spettatore, rompe in qualche modo l’austerità dell’immagine, in una visione che ha già l’esuberanza di un Rubens.

Il volto scavato di Tanzio
Potente e bellissima è l’immagine dipinta da Tanzio da Varallo per la parrocchiale di Cellio nel vercellese. La pala, considerata uno dei vertici pittorici del maestro piemontese, è databile attorno al 1625.

San Carlo regge la croce profilata d’oro, contemplando come in estasi il Santo Chiodo, e anche se il riferimento è alla processione del vescovo durante la peste (si noti la corda al collo!), Tanzio priva il soggetto delle sue contingenze narrative e didascaliche, concentrandosi sulla valenza mistica e penitenziale della rappresentazione. Per questo, accanto al Borromeo dal volto scavato e dalle membra scarnificate, compaiono i santi Lorenzo (titolare della chiesa di Cellio) e Giovanni Battista, mentre la “folla” in processione è come riassunta il quell’unica figura che segue il cardinale, probabilmente il ritratto del committente del dipinto stesso.

Il Saraceni a Roma.
Per concludere questa breve e incompleta carrellata di opere dedicate a san Carlo e il Santo Chiodo, possiamo citare almeno il capolavoro di Carlo Saraceni realizzato nel 1618 a Roma per la chiesa di San Lorenzo in Lucina.

Caravaggesco fra i più talentuosi e affascinato dalle atmosfere luministiche fiamminghe (si noti la figura del giovane chierico sulla destra, il suo volto è illuminato dal cero che tiene in mano), Saraceni ritrae il Borromeo che con gesto eloquente invita anche gli spettatori ad ammirare la croce con il Santo Chiodo, che qui ha davvero proporzioni monumentali. Come ad assistere a un grande, straordinario spettacolo, appunto.

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