In prestito dal Duomo di Pozzuoli, la straordinaria “Adorazione dei Magi” della grande pittrice, simbolo del genio artistico femminile, esposta dal 29 ottobre per tutto il tempo di Avvento e di Natale

di Luca FRIGERIO

Caravaggio, Botticelli e Antonello da Messina. Ma anche Mantegna, Dürer e Lorenzo Lotto. Senza dimenticare Perugino e Veronese. Maestri, artisti sommi che in questi anni sono stati via via “ospitati” presso il Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” nell’ambito di quella splendida iniziativa chiamata “Capolavoro per Milano”. E anche la prossima edizione si preannuncia davvero straordinaria. Per la prima volta dall’inizio di questa rassegna ormai quasi ventennale, infatti, nei Chiostri di Sant’Eustorgio verrà esposta un’opera di una pittrice che è diventata il simbolo stesso del genio femminile: Artemisia Gentileschi.

Il suo meraviglioso dipinto dell’Adorazione dei Magi, che qui presentiamo in anteprima, giungerà al Museo Diocesano di Milano il prossimo 29 ottobre e rimarrà quindi esposto per tutto il periodo dell’Avvento e di Natale, fino al 26 gennaio 2020, al centro di iniziative ed eventi rivolti a tutti, con particolare attenzione per famiglie, oratori e parrocchie. Si tratta di una grande tela – misura infatti oltre tre metri d’altezza per due di base -, conservata nel Duomo di Pozzuoli (gravemente danneggiato da un incendio nel 1964 e solo recentemente restaurato e riaperto al culto), oggi eccezionalmente prestata dalla diocesi campana.

La Gentileschi realizzò quest’opera attorno al 1635, cioè poco tempo dopo il suo arrivo a Napoli e prima della sua partenza per Londra. Anni intensi e fecondi per la quarantenne Artemisia, che ormai aveva fatto conoscere al mondo il suo talento, riuscendo ad emergere in un mondo maschile, e spesso maschilista, come quello dell’arte. I colori, del resto, ce li aveva nel sangue: suo maestro era stato il padre stesso, Orazio, pittore eccelso, seppur discontinuo, amico del Caravaggio e di tanti altri protagonisti della scena artistica degli inizi del XVII secolo a Roma. Un ambiente vivace e creativo, ma anche turbolento e insidioso, tanto che la ragazza era stata vittima della violenza di uno di quei collaboratori paterni, subendo poi angherie e calunnie nel corso di un drammatico processo.

Da questa terribile esperienza, tuttavia, Artemisia ne era uscita più forte e determinata. A Firenze, dove si era trasferita non ancora ventenne, fu molto apprezzata dal granduca Cosimo II, suo coetaneo, al punto da essere ammessa a quell’Accademia del disegno fondata dal Vasari: prima e, per lungo tempo, unica donna a ottenere un tale riconoscimento. E questo anche perché la Gentileschi, che in quel periodo si firmava con l’altro cognome di famiglia, Lomi, aveva saputo nutrire la sua naturale inclinazione artistica con studi letterali e musicali, sotto la guida di un mentore come Cristofano Allori, ma anche scientifici, grazie all’amicizia con il precettore stesso del principe toscano: quel Galileo Galilei che considerava come un secondo padre.

Questa Adorazione dei Magi mostra chiaramente il livello qualitativo della maturità di Artemisia, che a Napoli si ritrovò collega, e quindi anche in competizione, con pittori del calibro di Ribera, Caracciolo, Stanzione, Finoglio, per non citare che i maggiori. È proprio quello che accadde, infatti, per il Duomo di Pozzuoli, quando il vescovo Martìn de Lèon y Cardenas nel 1631 chiamò a raccolta i più importanti artisti attivi sulla piazza partenopea per realizzare un impressionante e variegato ciclo pittorico, sorta di ex voto collettivo per lo scampato pericolo da un’eruzione del Vesuvio. Tra i prescelti vi era anche la Gentileschi, appunto, alla quale furono anzi affidate ben tre pale: oltre questa dei Magi, anche quella, altrettanto mirabile, di san Gennaro che placa le belve nell’arena e quella con i santi Nicea e Procolo.

La bellezza pensosa di Maria che offre il Figlio all’adorazione dei sapienti venuti da Oriente; lo sguardo affascinato e rapito del magio più anziano che, prosternato, con una mano si avvicina alle labbra il piedino del divino infante; la lucente preziosità dei doni e le raffinate rifrangenze degli abiti dei visitatori… Tutto in questa stupefacente composizione, insomma, concorre a rivelare la grazia e l’eleganza, come anche la capacità di raccontare e di meravigliare, di una pittura in cui sembrano confluire suggestioni e influenze diverse, da un caravaggismo pacato a un colorismo d’impronta veneta, passando dagli insegnamenti romani del grande Simon Vouet per arrivare alla maniera del Domenichino, che proprio in quegli anni stava lavorando nella cappella del tesoro di San Gennaro a Napoli. E dove tuttavia lo stile, l’approccio, la visione d’insieme come il più minuto dettaglio restano quelli propri e singolari di Artemisia Gentileschi, «miracolo della pittura più facile da invidiare che da imitare», come già affermavano i contemporanei.

Sul sito www.chiostrisanteustorgio.it tutte le informazioni e gli aggiornamenti su questa nuova edizione del “Capolavoro per Milano”, che avrà luogo presso il Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” (Piazza Sant’Eustorgio, Milano) dal 29 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020.

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