Incatenato alla cancellata dell’asilo nella sua parrocchia di Voldomino lo flagellano di colpi, gli sputano in faccia, lo insultano e lo deridono, come Cristo alla colonna. È il 3 dicembre 1943 ed è solo l’inizio della Passione di don Piero Folli: sacerdote ambrosiano, ribelle per amore e medaglia d’oro della Resistenza.
I fascisti hanno saputo che il parroco del borgo vicino a Luino nasconde ebrei e aiuta perseguitati politici a espatriare nella vicina Svizzera. Don Piero, del resto, è un noto antifascista, che ha già avuto guai con il regime di Mussolini, fin dal suo avvento. Lo curano, lo spiano, e quando arriva la soffiata giusta una ventina tra militi della Muti e SS dà l’assalto alla canonica: sparano, picchiano, derubano, ammazzano. Cercano gli ebrei, e li trovano. Quando il prete vede caricare sul camion quegli sventurati, donne, anziani e bambini, ha un estremo moto di ribellione, così che lo pestano ancora più duramente. Nulla, rispetto a quello che gli faranno una volta incarcerato a Milano.
Don Piero Folli è stato un eroe. Un uomo coraggioso che attingeva alla sua fede cristiana la forza di opporsi alle violenze e la volontà di reagire ai soprusi. Da sempre, fin da quando aveva deciso di entrare in seminario, condividendo gli ideali della dottrina sociale della Chiesa e agendo concretamente.
Inviato come coadiutore a Cislago e poi a Tradate, don Piero si fa subito artefice di iniziative sociali e culturali, oltre che pastorali. Allo scoppio della Prima guerra mondiale è nominato parroco a Carnisio, dove, con il senso pratico che lo distingue, mette in piedi una sartoria industriale per le divise militari.
È tra i fautori del Partito popolare di Sturzo e si oppone subito al fascismo nascente, tanto che gli squadristi in camicia nera lo aggrediscono vigliaccamente. Nel 1923 don Piero è mandato sul Lago Maggiore, vicino a Luino. Sembra un esilio, ma la parrocchia di Voldomino è popolosa e la vicinanza con il confine svizzero si rivelerà una provvidenza, in tempo di guerra. Instancabile, da parroco opera in tutti i cambi, tra i giovani e le donne, per la cultura e per la promozione sociale.
Dopo l’Armistizio, don Folli è tra i primi a impegnarsi attivamente ad appoggiare la Resistenza. È in contatto con il Comitato nazionale di Liberazione, nasconde e rifornisce i partigiani, ma soprattutto organizza la fuga in Svizzera di ebrei e perseguitati, anche con l’organizzazione Oscar degli scout, e pure con l’aiuto di spalloni e contrabbandieri che conoscono i sentieri più nascosti.
Ma questa attività non può passare inosservata. Come detto, don Piero viene arrestato e tradotto a San Vittore a Milano. Per tre mesi lo interrogano e lo torturano, perché i nazifascisti vogliono sapere i nomi e i luoghi dei resistenti. Ma il prete non dice una parola. Solo l’intervento del cardinal Schuster riesce a farlo liberare.
Muore l’8 marzo del 1948, a 66 anni, dicendo ai suoi parrocchiani: «Che volete di più? Avete la benedizione di un vecchio avanzo di galera».



