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Don Piero Folli: ribelle per amore, eroe della Resistenza

Un prete ambrosiano sempre dalla parte dei più deboli. Dall’impegno per la Dottrina sociale della Chiesa in diverse parrocchie della Diocesi di Milano al salvataggio di ebrei e perseguitati a Voldomino, Luino. Per questo fu incarcerato e torturato, ma non disse una parola. Quando morì nel 1948 ai suoi parrocchiani disse: “Avete la benedizione da un avanzo di galera”

di Luca FRIGERIO

17 Aprile 2026
Don Piero Folli con i bambini e le bambine della Prima Comunione nel 1937 a Voldomino

Incatenato alla cancellata dell’asilo nella sua parrocchia di Voldomino lo flagellano di colpi, gli sputano in faccia, lo insultano e lo deridono, come Cristo alla colonna. È il 3 dicembre 1943 ed è solo l’inizio della Passione di don Piero Folli: sacerdote ambrosiano, ribelle per amore e medaglia d’oro della Resistenza.

I fascisti hanno saputo che il parroco del borgo vicino a Luino nasconde ebrei e aiuta perseguitati politici a espatriare nella vicina Svizzera. Don Piero, del resto, è un noto antifascista, che ha già avuto guai con il regime di Mussolini, fin dal suo avvento. Lo curano, lo spiano, e quando arriva la soffiata giusta una ventina tra militi della Muti e SS dà l’assalto alla canonica: sparano, picchiano, derubano, ammazzano. Cercano gli ebrei, e li trovano. Quando il prete vede caricare sul camion quegli sventurati, donne, anziani e bambini, ha un estremo moto di ribellione, così che lo pestano ancora più duramente. Nulla, rispetto a quello che gli faranno una volta incarcerato a Milano.

Don Piero Folli è stato un eroe. Un uomo coraggioso che attingeva alla sua fede cristiana la forza di opporsi alle violenze e la volontà di reagire ai soprusi. Da sempre, fin da quando aveva deciso di entrare in seminario, condividendo gli ideali della dottrina sociale della Chiesa e agendo concretamente.

Inviato come coadiutore a Cislago e poi a Tradate, don Piero si fa subito artefice di iniziative sociali e culturali, oltre che pastorali. Allo scoppio della Prima guerra mondiale è nominato parroco a Carnisio, dove, con il senso pratico che lo distingue, mette in piedi una sartoria industriale per le divise militari.

È tra i fautori del Partito popolare di Sturzo e si oppone subito al fascismo nascente, tanto che gli squadristi in camicia nera lo aggrediscono vigliaccamente. Nel 1923 don Piero è mandato sul Lago Maggiore, vicino a Luino. Sembra un esilio, ma la parrocchia di Voldomino è popolosa e la vicinanza con il confine svizzero si rivelerà una provvidenza, in tempo di guerra. Instancabile, da parroco opera in tutti i cambi, tra i giovani e le donne, per la cultura e per la promozione sociale.

Dopo l’Armistizio, don Folli è tra i primi a impegnarsi attivamente ad appoggiare la Resistenza. È in contatto con il Comitato nazionale di Liberazione, nasconde e rifornisce i partigiani, ma soprattutto organizza la fuga in Svizzera di ebrei e perseguitati, anche con l’organizzazione Oscar degli scout, e pure con l’aiuto di spalloni e contrabbandieri che conoscono i sentieri più nascosti.

Ma questa attività non può passare inosservata. Come detto, don Piero viene arrestato e tradotto a San Vittore a Milano. Per tre mesi lo interrogano e lo torturano, perché i nazifascisti vogliono sapere i nomi e i luoghi dei resistenti. Ma il prete non dice una parola. Solo l’intervento del cardinal Schuster riesce a farlo liberare.

Muore l’8 marzo del 1948, a 66 anni, dicendo ai suoi parrocchiani: «Che volete di più? Avete la benedizione di un vecchio avanzo di galera».

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