Un anno da ricordare, un anno da record e di record. È il 2025 appena trascorso, che per la Pinacoteca Ambrosiana ha confermato un trend in corso ormai da 4 anni, con la crescita esponenziale dei visitatori, che promette di crescere ancora (leggi qui). Certo, hanno fatto la loro parte i social, la comunicazione estesa persino sui mezzi pubblici, i video, ma il boom rimane. Naturalmente con la soddisfazione dei vertici di questo scrigno di arte, cultura, studi, perché l’Ambrosiana è – oltre che una pinacoteca – una biblioteca (con tesori straordinari) che conta cinque sacerdoti, i Dottori, specializzati nelle più diverse discipline oltre agli emeriti, e otto Classi di studi e accademici corrispondenti da ogni parte del mondo.
A guidare l’istituzione dal punto di vista amministrativo e gestionale è la Congregazione dei Conservatori con il suo presidente, il professor Andrea Canova, mentre sotto il profilo culturale è il Prefetto in carica, monsignor Marco Navoni, che osserva: «Il grande successo dell’Ambrosiana parla di 500 mila visitatori l’anno scorso ed è veramente un risultato straordinario, dovuto, ritengo, a due fattori: un afflusso massiccio di turisti nella città, incrementatosi in maniera evidente negli ultimi tempi, con il corrispondente interesse anche per gli aspetti culturali e artistici; la fondamentale e capillare diffusione di notizie sull’Ambrosiana che ci hanno fatto conoscere. Anche le prospettive per il 2026 sono già molto incoraggianti».
Quali sono stati i mezzi più incisivi in questo contesto comunicativo?
Soprattutto si sono rivelati utili i media che vengono offerti oggi, per esempio il sito (www.ambrosiana.it), l’uso dei social, la presenza sulla stampa tradizionale, ma anche sui giornali online. Davvero significativi, poi, sono stati gli spazi informativi approntati nelle stazioni della metropolitana con video dedicati, e il biglietto integrato con il Museo del Duomo. E tutto questo finalizzato non tanto a campagne pubblicitarie di breve respiro, ma a far identificare la nostra realtà per quello che è: il più antico museo pubblico di Milano, fondato dal cardinale Federico Borromeo nel 1618 e considerato per secoli come l’istituzione culturale artistica e civica della città, quando Milano non ne aveva ancora una propria.

Coniugare capolavori antichi come la Canestra del Caravaggio o il Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello con l’arte contemporanea si è rivelata una scelta vincente?
Sì, indubbiamente. Vorrei anche ricordare, accanto alle mostre, la Sala dei Fiamminghi, completamente rinnovata nel 2025 nel 400° anniversario della morte di Jan Brueghel. Lo spazio, oggi ripensato, propone al suo centro una postazione multimediale che permette ai visitatori – anche ai ragazzini che entrano in Ambrosiana magari con i loro genitori o a gruppi scolastici – di interagire e “navigare” nei dipinti di Brueghel in maniera molto accattivante. Penso ancora alla mostra, in corso, di Nicola Samorì Classical Collapse, a quella di Pietro Terzini, o al dialogo istaurato attraverso l’esposizione della “natura morta” dell’artista Jago con la nostra “Natura morta” di Caravaggio. Senza dimenticare la proiezione internazionale realizzatasi con i quattro disegni del Codice Atlantico di Leonardo esposti al Padiglione Italia di Expo Osaka 2025 in Giappone. Direi che possedere il Corpus dei 1119 fogli del Codice del più grande genio del nostro Rinascimento sia un valore aggiunto particolarmente importante per la nostra istituzione.
La Cripta sottostante la chiesa di San Sepolcro, inserita nel complesso dell’Ambrosiana, ha aiutato nell’incrementare le visite?
Senza dubbio. Poter camminare sulle pietre del foro romano, riutilizzate per pavimentare appunto la Cripta, è un’esperienza che ci riconduce alle origini stesse dell’antica Mediolanum. A me piace sempre dire che chi entra in Ambrosiana non realizza solo un percorso museale, ma anche monumentale che, praticamente, ricopre 2000 anni di storia, perché si parte dalle pietre di epoca romana per arrivare fino ai nostri giorni. Non dimentichiamo che proprio Leonardo – in uno schizzo di Milano, che conserviamo proprio tra i fogli del Codice Atlantico – definisce la chiesa di San Sepolcro il vero centro di Milano, e san Carlo Borromeo «Umbilicus Civitatis» («ombelico della città»), perché qui si incrociavano il cardo e il decumano della città di epoca imperiale.



