La testimonianza di padre Clemente sui primi anni della sua missione: «Mi chiedevano riso, vestiti, benessere, medicine... In cambio mi accontentavano di potermi occupare della loro vita spirituale»

di Clemente VISMARA
Tiriamo le somme (1970) ne Il bosco delle perle

Padre Clemente Vismara

Che ho fatto in tutta la mia vita missionaria? Nel lontano 1924, giovane e bello, colle pupille color del mare, fui lanciato inesperto tutto solo in un bosco, a sei giorni di cavallo dai miei confratelli e mi fu detto: «Sviluppati». Mi era compagno un catechista, un cavallo da sella e due da porto. Due cattolici in una terra per me ancora sconosciuta e inospitale. Quanto a soldi, pochi! Casa, chiesa, stalla, cavalli: il tutto in una capanna di fango con il tetto di paglia.
E cominciai… Voi chiederete: «Ad evangelizzare?». Avete sbagliato. Cominciai con l’accetta a disboscare… per respirare. Nella capanna c’era troppo fumo: costruii una cucina a parte. Attorno alla casa, nell’erba tante sanguisughe. Vi costruii attorno un largo sentiero pulito. E cominciai… Voi chiederete: «Ad evangelizzare?». Avete sbagliato. Cominciai a fare il medico, a distribuire medicine, ringraziando chi si degnava di accettare, dalle mie mani, pillole di chinino (quanto chinino!), chi si lasciava ungere con unguento solforico (quanta scabbia, me la presi anch’io). Alla sera attorno al fuoco, al chiaror della lucerna fumosa, studiavo lingue e medicina. Se il peso della solitudine mi disanimava e la febbre malarica mi veniva a tener compagnia, mi divertivo a scrivere un articoletto per Italia Missionaria. Rivedevo i miei confratelli una volta all’anno. Troppo solo: poetavo per non piangere, scrivevo di notte per allungare la giornata.
E cominciai… Voi chiederete: «Ad evangelizzare?». Mi dispiace, ma avete sbagliato. Almeno come l’immaginate. Cominciai a camminare, camminare, camminare. Il Vangelo io lo conoscevo, lo amavo, lo praticavo, ma me lo dovevo tenere nel cuore solo per me. La gente sospettosa non ne voleva sentire. Avrei dovuto prima dimostrare con i fatti che quello che poi avrei predicato era vero. Ai primi tempi, entrando nei villaggi la gente fuggiva, si nascondeva nelle case e, dalle fessure delle capanne di bambù, osservava le mie mosse. Era la prima volta che un uomo di pelle bianca, con tanto di barba, veniva in mezzo a loro. L’importuno ero io, non loro. Il mio lavoro era solo quello di donare ciò che avevo, quel che potevo, ciò che mi chiedevano. Il privarmi anche del necessario mi era di soddisfazione. Se mi davano da mangiare dicevo sempre che era molto buono, benché ancora non fossi avvezzo ai peperoni. Accondiscendere, accontentare sino al massimo grado: avevo più desiderio di dare che loro di ricevere. Mi pareva un atto di fiducia anche se mi tiravano la barba. A me essi chiedevano riso, vestiti, benessere, medicine… In cambio mi accontentavano di potermi occupare della loro vita spirituale. Chi dei due il più esigente? Loro che non volevano morire di fame e di malattia, o io che li volevo condurre a un Dio che è Padre?
In questo sforzo per tutta la mia vita, il mio obiettivo sono state le persone umili e semplici: organi, malati, relitti umani, rifiutati dalla società, vedove, miserabili. Rendere felici gli infelici era il mio ideale e dopo 43 anni di pazienza i felici ci sono. Quanti? Sul principio li contavo, poi mi sembrò inutile. La mia preferenza fu sempre per gli orfani, e spero che in punto di morte, nel momento del giudizio, essi siano la mia salvezza o almeno la mia giustificazione, perché soprattutto essi furono il mio sole, la mia speranza, il mio amore. A loro, più che ad altri, donai me stesso. Molti mi hanno reso “nonno” e nel loro nido rifatto conoscono l’amore e Colui che è la fonte dell’amore. Che mi serbino più o meno riconoscenza, poco importa; se stanno bene loro, sto bene anch’io.

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