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«Il Segno»

25 aprile, un cammino nella memoria sui passi di nonno Domenico

Con una meticolosa ricerca d’archivio la famiglia Tavecchio ha ricostruito la vicenda del congiunto deportato e ne ha seguito le orme in Germania, scoprendo un desiderio condiviso di riconciliazione. Se ne parla nel numero di aprile del mensile diocesano

25 Aprile 2026
La famiglia Tavecchio davanti alla segheria nel loro viaggio in Germania (Foto Winfried Krüger)

Da Il Segno di aprile

La storia di Domenico Tavecchio è un viaggio nella memoria familiare che intreccia vicende personali e storia europea, sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. Nato a Erba nel 1905, uomo mite e artigiano del legno, Tavecchio conduce una vita semplice fino a quando il conflitto e il regime fascista irrompono nella sua quotidianità. Sposato e con una figlia, lavora in ambito sanitario ed è antifascista. Tuttavia, nel 1943 viene arrestato durante una retata e deportato in Germania.

Della sua prigionia si sa poco: al ritorno, nell’agosto 1945, è profondamente segnato e sceglie il silenzio, distruggendo quasi tutte le testimonianze di quel periodo. Solo molti anni dopo racconta ai figli alcuni frammenti: il lavoro forzato in una segheria, la fatica estrema, la rabbia e la sofferenza vissute, trattenute grazie all’amore per la famiglia e alla fede. Muore nel 1989, lasciando molte domande senza risposta.

Il desiderio di ricostruire la sua storia nasce nelle generazioni successive, in particolare nella nipote Barbara. Attraverso una lunga ricerca tra archivi e testimonianze, riesce a individuare documenti presso l’Archivio Arolsen, che confermano la deportazione tra il 1943 e il 1945 a Eiershausen, in Germania. Qui Domenico era stato impiegato come lavoratore forzato insieme ad altri italiani classificati come Internati militari italiani (Imi), privati delle tutele internazionali e sfruttati nell’industria bellica nazista.

La ricerca porta la famiglia a compiere un viaggio nei luoghi della prigionia negli ultimi giorni del 2025. Accolti con grande umanità dalle autorità locali tedesche, visitano i siti legati alla deportazione, tra cui il campo di smistamento e la segheria dove Tavecchio lavorò. L’esperienza è carica di emozione e segnata da un forte senso di riconciliazione tra popoli un tempo nemici.

Tuttavia, il percorso non si conclude: resta il desiderio di conoscere il destino degli altri italiani che condivisero quella prigionia. La vicenda diventa così non solo una ricostruzione storica, ma anche un impegno civile: mantenere viva la memoria per promuovere, ogni giorno, una cultura di pace.

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