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Milano

A Garegnano un inno alla luce che libera dalle tenebre

Nella Certosa rinnovata da un intervento illuminotecnico e dal restauro delle finestre lignee la celebrazione «infra Vesperas» presieduta dall’Arcivescovo: «Pregare in questo gioiello significa sentire che c’è una vocazione alla santità per ciascuno di noi»

di Annamaria BRACCINI

22 Aprile 2026
La celebrazione nella Certosa rinnovata (foto Andrea Cherchi)

Un gioco di luci suggestivo non solo per illuminare di nuova bellezza uno dei luoghi di culto più significativi della Chiesa ambrosiana per storia, devozione e arte, ma anche per rendere più sicuri i passi nel cammino della fede.

Messa Certosa Garegnano 2026_1 (Andrea Cherchi)
Particolare dell’interno (foto Andrea Cherchi)

La celebrazione

È la Certosa di Garegnano, fondata nel 1349 da Giovanni Visconti e donata all’Ordine certosino, che ha assunto le forme architettoniche attuali dal secolo XVI e che, oggi, grazie a un attento intervento illuminotecnico e al restauro delle finestre lignee, è resa a fedeli e visitatori nel suo pieno splendore. Non poteva allora mancare la presenza dell’Arcivescovo, che vi ha presieduto un’affollata celebrazione infra Vesperas, accompagnato dalla comunità parrocchiale di Santa Maria Assunta, che fa parte della Comunità pastorale San Giovanni Battista alla Certosa. Accanto a lui il responsabile della Cp don Lugi Badi e i sacerdoti, tra cui don Stefano Pessina, residente presso Santa Maria Assunta.

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Di una «luce gentile di forte valenza simbolica», parla nel suo saluto di benvenuto don Badi, che sottolinea: «La luce gentile di Dio ci raggiunga attraverso la Parola e lo spezzare del pane con il Pastore della nostra Chiesa. Lasciamoci illuminare per essere, a nostra volta, luci per coloro che, nel loro cammino, fino a oggi sono alla ricerca di una luce di senso e di speranza».

Un inno alla luce che si concretizza subito, nel rito di apertura della Messa arricchita dalle sonorità tipiche dell’infra Vesperas – eseguite al meglio dal Coro – e, a conclusione, anche di un delizioso canto dei bambini dedicato alla pace. Quasi un’immediata risposta a quanto l’Arcivescovo, nella sua omelia, chiede a tutti, ripetendo più volte l’auspicio di cantare: «Cantate con il cuore per irradiare la gioia che semini un po’ di consolazione in questo mondo triste».

La luce che libera dalle tenebre

«La luce libera dalle tenebre – ha proseguito monsignor Delpini -: chi si affaccia all’abisso è preso da spavento e tremore, si ritrae, rinuncia alla conoscenza del mistero e si rassegna a non sapere niente della luce. Ma Gesù rivela che, nel mistero, non abita l’insopportabile spavento del vuoto. Guardate alle opere di Gesù per entrare nel mistero che salva. Libera dalle tenebre: infatti, contesta e vince chi si presume invincibile, chi si allea con la morte e si consegna alla disperazione e ritiene che l’incontrovertibile evidenza sia la destinazione al nulla, al vuoto. Dove c’è Gesù si apre una luce inedita».

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L’Arcivescovo durante l’omelia (foto Andrea Cherchi)

Una luce che guida i passi e illumina il cammino, «come ha fatto Giovanni per compiere la sua missione», spiega ancora l’Arcivescovo in riferimento al brano del Vangelo giovanneo al capitolo quinto, appena proclamato. «La fiaccola Giovanni, la luce Gesù consentono di vedere la strada. E che ne è stato della luce? Hanno spento la lampada e hanno soppresso Colui che è la luce del mondo. La luce, infatti, è insopportabile per chi ama dimorare nelle tenebre e non vuole che venga alla luce ciò di cui si vergogna, i pensieri segreti e cattivi, le ferite dolorose e umilianti, “Meglio le tenebre e l’ipocrisia”, ragionano uomini e donne che vogliono nascondere il male che li fa soffrire, la disperazione che li abita come una notte senza mattino».

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L’assemblea (foto Andrea Cherchi)

Inneggiare alla luce

«Invece, voi inneggiate alla luce – ha concluso l’Arcivescovo, vivendo «di una risurrezione che cancella ogni tristezza e asciuga ogni lacrima, perché dimora nella comunione del Padre e del Figlio; di una riconciliazione che abbatte ogni inimicizia e perdona ogni peccato; di una pienezza d’amore che rende felici per sempre. Inauguriamo la nuova illuminazione che fa apprezzare la bellezza della Certosa, accogliamo l’invito a cantare il nostro inno alla luce che è Gesù: qui la comunità che si raduna, il pellegrino che giunge per pregare e anche il turista che arriva per curiosare possano sperimentare l’inno alla luce». 

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Luce con la “L” maiuscola e umana che, al termine della celebrazione, si fa evidente nell’accensione a blocchi, attraverso le modalità rese possibili dal nuovo impianto, di diverse zone della chiesa, dal presbiterio, alla vòlta, dall’assemblea, per ricordare le Messe in cui si raduna la comunità, fino all’illustrazione dei magnifici affreschi, tra gli altri, di Simone Peterzano e Daniele Crespi.

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L’Arcivescovo e i concelebranti (foto Andrea Cherchi)

Insomma, una festa nella festa per cui, alla fine della celebrazione, l’intera comunità parrocchiale, insieme agli “Amici della Certosa” – molto attivi nella partecipazione al progetto del restauro, guidato dall’architetto Gaetano Arricobene, presente alla serata – prendono parte a un momento conviviale condiviso con l’Arcivescovo che ricorda: «Pregare in un gioiello come questo credo che significhi sentire che qui c’è una vocazione alla santità per ciascuno di noi».

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