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Intervista

Vitali: «Il frutto dell’immigrazione è la Chiesa dalle genti e della Pentecoste che vogliamo essere»

Il responsabile della Pastorale diocesana: «Di questo fenomeno si parla solo quando succede qualcosa di negativo, senza considerare che la conoscenza e l’incontro reciproco sono ormai una realtà quotidiana»

di Annamaria BRACCINI

20 Aprile 2026
Foto Siciliani / Gennari / Sir

«Un fenomeno variegato, difficile da riassumere per le sue tante sfaccettature». Don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti, sottolinea subito la complessità del fenomeno migratorio. Soprattutto in una grande metropoli come Milano dove, proprio nei giorni scorsi, la questione è tornata di stringente attualità anche per le polemiche legate al concetto di «remigrazione». Prosegue don Vitali, anche parroco di Santo Stefano Maggiore, la parrocchia personale dei migranti: «Se riflettiamo seriamente, il primo aspetto da considerare, e che rischiamo spesso di sottovalutare, è quello del bisogno di chi arriva, ma anche del nostro bisogno».

In che senso?
Per avere il polso della situazione occorrerebbe entrare non tanto dove si fanno analisi sociali e politiche, ma nelle case della gente. Quando ancora non conoscevo bene i migranti, pensavo che si sarebbe potuto organizzare uno sciopero generale per far vedere quanto siano necessari. Senza di loro, per esempio, non ci sarebbe stato aiuto per i bambini e per gli anziani. Adesso che li conosco molto meglio, so che i primi a non voler fare sciopero sarebbero proprio loro, perché la maggior parte delle persone migranti lavora con un affetto che va al di là della pura necessità economica. Poi c’è quello che diceva papa Francesco: siamo dentro un cambiamento d’epoca, non in un’epoca di cambiamenti. La storia insegna che quando non si è voluto accettare il cambio d’epoca, sono scomparse intere società e addirittura civiltà.

Don Alberto Vitali
Don Alberto Vitali

Esiste un problema nel problema, l’integrazione delle seconde e terze generazioni?
Mi sembra una questione molto enfatizzata. Sicuramente c’è il nodo sociale dei ragazzi che faticano a trovare una propria identità, ma questo è un atteggiamento abbastanza generalizzato. Io rifiuto il termine “seconda generazione” perché, al suo interno, ci sono miriadi di situazioni: ragazzi nati da un’altra parte del mondo, alcuni arrivati nelle nostre terre da piccolissimi, altri giunti da adolescenti, altri ancora andati via e ritornati. Senza dimenticare quelli nati qui. Allora si tratterebbe piuttosto di dire che dobbiamo coltivare al meglio queste giovani generazioni, perché siamo una società che sta invecchiando.

A Pentecoste, la Festa delle Genti, a cui l’Arcivescovo non manca mai, e così pure l’augurio natalizio di monsignor Delpini con le diverse comunità, sono solo momenti, per quanto belli, o dicono del desiderio di stare insieme?
La voglia di condividere c’è senza dubbio, e me ne rendo conto quando visito le parrocchie. Devo anche ringraziare l’Arcivescovo perché ha insistito sulla proposta dell’augurio di Natale, che si svolge nella Parrocchia dei migranti in modo più disteso e senza la comprensibile fretta che caratterizzava la precedente modalità, nella Basilica di Sant’Ambrogio prima del Discorso alla Città. Nella narrazione condivisa, si parla dei migranti solo quando succede qualche cosa di negativo o di problematico, mentre l’aspetto quotidiano della conoscenza e dell’incontro reciproco non fa notizia. Per esempio, il prossimo 24 maggio saremo a Rogoredo – un quartiere notoriamente non facile – proprio per la festa di Pentecoste.

Quest’anno la diocesi ha avuto 101 catecumeni, e tanti sono di origine straniera. È l’immagine della Chiesa dalle genti che vogliamo essere?
Certamente. È la Chiesa dalle genti e della Pentecoste: una vocazione che non abbiamo deciso noi, ma che proprio lo Spirito Santo ha fatto comprendere fin dalla sera di Pentecoste. C’è semmai da chiedersi quanto siamo capaci di corrispondere a questa vocazione, di comporne la ricchezza e di restituirla, direi, non solamente alla Chiesa, ma al mondo.

Da Santo Stefano al Duomo si è svolta una Via crucis dove i migranti hanno portato la croce di Lampedusa, realizzata coni legni dei barconi dei migranti. Che segno è stato?
Ha avuto un valore simbolico molto forte perché, con tutto quello che sta accadendo in questo momento, più nessuno parla delle morti nel Mediterraneo e ancor meno delle morti nei deserti, in Africa e nelle Americhe. Quella croce ci ricorda, invece, che Gesù risorto non smette di essere il crocifisso e che si identifica con tutti i crocifissi della storia. Non si tratta di essere buonisti, ma di renderci conto che il regno di Dio è una sfida.

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