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Sanità

A Milano un malato cronico su quattro rinuncia a qualcosa per curarsi

Indagine dell’Osservatorio Sanità UniSalute sui milanesi con patologie croniche: pesano costi, attese e controlli continui. Luca Degani (Uneba Lombardia): più telemedicina e medicina territoriale per sostenere il sistema

di Stefania CECCHETTI

16 Marzo 2026

Costretti a dover scegliere tra una pizza con la famiglia e un holter pressorio. Ai milanesi succede anche questo. Dall’ultima indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sanità di UniSalute emerge infatti che nella metropoli lombarda un malato cronico su quattro rinuncia a vacanze, cene o acquisti importanti pur di potersi curare. È la fotografia di una città complessa, nella quale l’aumento delle patologie croniche si accompagna all’aumento dei costi, ormai diventati proibitivi in tanti ambiti.

Secondo la ricerca Nomisma, il 25% dei milanesi affetti da malattie croniche ha dovuto tagliare altre spese nell’ultimo anno per sostenere visite, esami e farmaci. Il 39% di chi ha effettuato controlli specialistici si è rivolto almeno in parte alla sanità privata, mentre il 15% ha ridotto il numero delle visite, soprattutto per i costi troppo elevati o per i tempi di attesa.

Per Luca Degani, presidente regionale Uneba Lombardia, il dato più preoccupante, tuttavia, non è però quello sulle rinunce, ma quello sulla diffusione delle patologie croniche: «Il numero che va letto prima di tutti gli altri è che circa il 40% dei milanesi è cronico. Di questi, il 25% rinuncia a qualcosa per curarsi, ed è un dato impressionante, certo. Ma la riflessione da fare in primis è che la curva della cronicità è destinata a crescere, non certo a diminuire, con l’invecchiamento della popolazione».

Luca Degani

La conseguenza sarà l’aumento inevitabile della spesa per la salute. Come spiega infatti Degani, «la gestione della cronicità, spiega ancora Degani, è ciò che determina gran parte dei costi sanitari. Oltre il 70% della spesa sanitaria è legata alle patologie croniche. Una malattia cronica costa quando è gestita male, quando non c’è aderenza alla terapia e il paziente arriva in ospedale per una riacutizzazione che si poteva evitare». L’indagine conferma infatti che molte malattie croniche richiedono controlli continui: il 41% dei pazienti ha dovuto effettuare numerose visite specialistiche nell’ultimo anno, spesso non rinviabili. Questo pesa sul bilancio familiare, soprattutto quando si ricorre al privato per accorciare i tempi.

Degani invita però a non leggere il fenomeno solo come conseguenza della carenza di risorse: «Il problema non è solo se ci sono più o meno soldi – sottolinea -. Il punto è che abbiamo un sistema sanitario incentrato sull’ospedale, mentre oggi la maggior parte della spesa riguarda la gestione delle patologie croniche, che richiedono continuità, controlli e aderenza terapeutica. Tutti aspetti che afferiscono invece alla medicina del territorio». Solo che il passaggio a una medicina territoriale, con le promesse Case della comunità – che dovrebbero offrire l’assistenza di base 12 ore al giorno per sette giorni su sette, oltre alla possibilità di esami strumentali basilari – è ancora lontano dall’essere completato.

«Se vogliamo reggere l’aumento della popolazione anziana – prosegue Degani – il sistema sanitario dovrà cambiare la sua organizzazione in fretta, spostando una parte della sanità dall’ospedale al territorio e al domicilio. Case di comunità, telemedicina e telemonitoraggio non sono un optional, ma una necessità».

In particolare, Degani insiste sulle nuove tecnologie: «La ricerca evidenzia che oggi solo il 4% dei malati cronici utilizza strumenti di telemonitoraggio, nonostante la maggioranza li consideri utili. Un ritardo che pesa sia sui costi sia sulla qualità delle cure. Il telemonitoraggio permette di controllare i parametri da casa, migliorare l’aderenza alla terapia e ridurre esami inutili. Questo abbassa le liste d’attesa e riduce i costi del sistema in modo enorme».

C’è un altro tema importante che emerge dalla ricerca, secondo Degani, quello della prevenzione primaria: «Tra le patologie più diffuse a Milano figurano ipertensione, osteoporosi e artrosi, malattie cardiovascolari e diabete, tutte condizioni legate all’invecchiamento, naturalmente, ma sulle quali gli stili di vita hanno una grossa incidenza. Movimento, prevenzione, invecchiamento attivo diventano parte della cura. Se non cambiamo modello di società, con più anziani e meno risorse il sistema non reggerà».

Ecco perché, in conclusione, i dati sulla rinuncia alle cure sono solo il segnale più visibile di un problema più profondo: «Non basta dire che servono più risorse. Serve una sanità diversa, più vicina alle persone e capace di seguire i malati cronici nel tempo. È lì che si decide la sostenibilità del sistema».