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Verso le urne

Referendum sulla giustizia, voci a confronto sulla posta in gioco

La Curia di Milano ha ospitato un dibattito tra esperti della materia, per promuovere la conoscenza delle tematiche oggetto della consultazione del 22/23 marzo e favorire una decisione frutto di discernimento e consapevolezza

di Annamaria BRACCINI

12 Marzo 2026
dibattito referendum 2026

Un dibattito a più voci per comprendere meglio le questioni legate al referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, in programma il 22 e il 23 marzo, mettendo a confronto prospettive diverse. È stata questa la logica dell’incontro promosso dall’Unione Giuristi Cattolici di Milano e dalla Diocesi di Milano e svoltosi nella Sala conferenze della Curia arcivescovile.

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I relatori

Sui tre temi cardine della riforma – separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, modalità di nomina dei Consigli superiori della Magistratura e istituzione dell’Alta Corte disciplinare -, si sono così confrontati quattro esponenti autorevoli del mondo giudiziario: Pier Filippo Giuggioli, avvocato e professore associato di Diritto privato comparato all’Università degli Studi di Milano, componente del Consiglio Giudiziario di Milano; Paola Ortolan, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, già componente del Consiglio Giudiziario di Milano; Guido Piffer, già Presidente di Sezione della Corte d’Appello di Milano; Mario Zanchetti, avvocato e professore ordinario di Diritto penale e Diritto penale dell’economia alla Liuc – Università Cattaneo.

A moderare la serata è stato Stefano Femminis, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della Diocesi. Presenti tra gli altri il Vicario generale monsignor Franco Agnesi e il presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Milano Mattia Ferrero.

dibattito referendum 2026
In primo pano monsignor Azzimonti

Azzimonti: «Qui per pensare»

Ad aprire il dibattito il saluto introduttivo del Moderator Curiae, monsignor Carlo Azzimonti: ««Sono diffusi atteggiamenti emotivi, passioni cieche, ma siamo autorizzati a pensare e a essere persone ragionevoli – scriveva con parole attualissime l’Arcivescovo nel su Discorso alla Città del 2018, ha ricordato -. Per questo siamo qui, per una condivisone di pensieri e non per uno scontro di tifoserie».

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Pier Filippo Giuggioli

Giuggioli: «Ripensare il Csm»

Procedendo in ordine alfabetico, prende la parola per primo l’avvocato Giuggioli.  «Come ogni riforma anche questa deve essere valutata sugli obiettivi. Siamo di fronte a una magistratura divisa per funzioni e non per carriere anche se, in verità, il passaggio tra il ruolo del giudice e del pubblico ministero, oggi, è regolamentato e può avvenire solo una volta ogni 10 anni, oltretutto cambiando distretto di esercizio. La questione del passaggio da una funzione all’altra, quindi, è quella di avere un unico organo di autogoverno, il Consiglio superiore della Magistratura, che è molto invasivo nella vita dei magistrati, occupandosi delle promozioni, dei cambiamenti di sede, delle richieste dei magistrati stessi, dei provvedimenti disciplinari, della valutazione ogni 4 anni dei magistrati per cui il Csm deve fornire un parere. La domanda che mi pongo è se il Pubblico ministero non sia sottoposto al controllo della politica anche attualmente. Mi pare che il dato fondamentale sia ripensare il Csm».

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Paola Ortolan

Ortolan: «Una riforma inutile»

Da parte sua, Ortolan, nella professione da 34 anni, 17 come Pm e 17 da giudice, impegnata, spiega, «nei contesti della tutela dei più deboli», osserva: «Tanti discorsi di oggi mi sembrano pura teoria: nella mia carriera mi sono sentita sempre all’interno della legge, operando anche con coraggio. Il fatto di formarsi Pm e giudici, all’interno dello stesso ordine, continuo a consideralo un grandissimo valore. Per quanto riguarda le correnti, il 45% dell’Associazione Nazionale Magistrati, a cui aderisce il 96% dei colleghi, ne fa parte e non è che, con la riforma, perdiamo le nostre identità. Anzi, paradossalmente, oltre la separazione delle carriere – il limite geografico del cambiamento di distretto ha già molto delimitato il passaggio dall’una all’altra – il Csm a sorteggio potrebbe portare non a un equilibrio, ma al contrario. Così non si realizza una compiuta democrazia e la riforma è inutile perché saranno al massimo 20 i colleghi che passano da una funzione a un’altra in un anno e se uno non è corretto nell’esercizio della professione, non lo sarà nemmeno con un Csm separato».

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Guido Piffer

Piffer: «Autonomia e coraggio»

«Occorre partire dal processo accusatorio riformato nel 1989 e sancito nel 1999 dall’articolo 111 della Costituzione (riforma del “giusto processo”), per cui si afferma che il processo deve essere fatto davanti a un giudice terzo e imparziale, il quale non deve avere niente a che fare né con il Pubblico ministero, né con il difensore. A fil di logica e di esperienza mondiale, la conseguenza è la separazione delle carriere – scandisce Piffer -. È inutile nascondersi che la tensione tra magistratura e politica, dopo “Mani pulite”, sia un fatto. L’interferenza c’è e la necessità di affermare un’autonomia c’è altrettanto. Come sappiamo, l’ego dei giudici è molto cospicuo e il problema è che questo nuovo ordinamento, previsto con l’eventuale passaggio della riforma per cui ci si confronta nel referendum, costringe a cambiare mentalità. Adesso si dice i due Csm indebolirebbero i giudici, ma fino ad ora la vulgata tra i magistrati è che dal Consiglio superiore bisogna solo difendersi, dunque, non vedo perché i magistrati non dovrebbero essere più capaci di posizioni coraggiose».

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Mario Zanchetti

Zanchetti: «Il sorteggio “avvelenato”»

È, poi, Zanchetti che ha sempre fatto l’avvocato difensore, a mettere in guardia: «a me la separazione delle carriere piace moltissimo, ma quale è il punto? È che la Costituzione va modificata il meno possibile e con giudizio. La riforma è scritta male e non c’è certo bisogno di cambiare la Costituzione per completare la separazione delle carriere che, nei fatti, è stata già raggiunta dalla riforma Cartabia. Cosa si vuole, allora, ottenere? Una separazione per cui decidere, fin dal giorno della laurea, se fare il Pm o il giudice, ma così si rischia di avere un Pubblico ministero che sarà l’avvocato della polizia: ricordo che i Pm peggiori, quelli che sono di più sui giornali, sono stati fermati dai giudici. Affermare che la magistratura è indipendente è scritto nelle Costituzioni anche delle dittature, la questione è il rispetto del dettaglio dell’esercizio dell’indipendenza. Sulla modalità dei due nuovi Consigli superiori, giudicante e requirente, il vero baco nella mela, che rende la mela velenosa, è il sistema di nomina con l’estrazione a sorteggio tra membri laici e togati (cioè magistrati) che è assolutamente squilibrato. Ora ci sono 10 poltrone da distribuire a sorteggio, dopo – se passa il referendum -, saranno almeno 30 e ci sarà un controllo politico sul Csm. Si vuole questo?».

Il confronto finale

«È chiaro – riflette ancora il già presidente Piffer – che il sorteggio ha punti interrogativi forti, anzitutto che la scelta sia del tutto casuale, magari di persone inadeguate, ma bisogna fare i conti con la realtà, e nessuno può mettere in dubbio che ci sia una degenerazione delle correnti all’interno della magistratura. Oggi le correnti sono soverchiate dal problema dell’appartenenza e il sorteggio è l’unica possibilità almeno per un’attenuazione del problema. L’alternativa è che, sennò, per altri 50 anni non si toccherà più niente: il dramma della semplificazione di questo referendum è questo.

«Non è che possiamo cambiare la Costituzione perché abbiamo trovato un possibile rimedio e lo cristallizziamo – si oppone Ortolan -. Che i talenti personali vengano azzerati dal sorteggio è avvilente».

dibattito referendum 2026
Il pubblico presente

«Il sorteggio è una soluzione draconiana, se possibile, da evitarsi, anche perché i componenti del Csm dovrebbero valutare il merito di chi dovrà ricoprire ruoli apicali in un luogo in un altro, che è la vera ragione dello scontro delle correnti – riflette Giuggioli -. Ma il sorteggio stesso potrebbe scardinare il sistema degenerato delle correnti per cui ciò che conta è l’appartenenza. Oltretutto non sarà un sorteggio a caso tra 10.000 magistrati, ma occorrerà avere titoli specifici come l’anzianità di servizio. Il sorteggio, non è proprio il sistema dell’“1 vale 1” perché questi “1” sono di altissimo livello, per entrare in magistratura si passa un esame molto complesso e perché ogni 4 anni i magistrati sono valutati».

Infine, viene affrontato, più in breve, il nodo dell’istituzione dell’Alta Corte disciplinare per cui le posizioni dei singoli relatori non si discostano da quanto affermato – con le rispettive prese di posizione a favore o meno della riforma – in precedenza. 

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