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L’Arcivescovo e la cooperazione, appuntamento a Chiaravalle

Presso l’Abbazia - dove ha sede la Fondazione Grana Padano – il 6 marzo monsignor Delpini incontra i rappresentanti di Confcooperative Lombardia: una realtà virtuosa per il legame con la storia, l’impegno nella tutela del sito e le finalità sociali a cui dedica parte dei proventi della produzione

di Claudio URBANO

2 Marzo 2026
Abbazia Chiaravalle - Fondazione Grana Padano - Crediti Massimo Sestini 1

Non può visitare un caseificio restando a pochi minuti dall’Arcivescovado, ma monsignor Delpini può comunque vantare di vivere in una delle città a maggiore vocazione agricola d’Italia, con quasi 3000 ettari coltivati. E che, quasi tra i suoi confini – dato che amministrativamente il borgo di Chiaravalle è una frazione della metropoli – custodisce l’origine di uno dei formaggi più famosi e apprezzati.

Il precedente

Non è quindi casuale la scelta dell’Abbazia di Chiaravalle quale sede dell’incontro del 6 marzo tra l’Arcivescovo e Confcooperative Lombardia. Il dialogo tra monsignor Delpini e il mondo della cooperazione è consueto e, proprio in occasione di un precedente appuntamento, il Vescovo, ricevendo in dono un cesto di prodotti agricoli, aveva espresso il desiderio di conoscere di persona i produttori, e di vedere la terra che coltivano.

Confcooperative - Fabio Perini presidente FedAgriPesca Lombardia
Fabio Perini

Evidenzia dunque l’occasione dell’incontro Fabio Perini, presidente di FedAgriPesca Lombardia (il ramo di Confcooperative dedicato al comparto agroalimentare), che nella mattinata di venerdì presenterà all’Arcivescovo anche le attività della Fondazione Grana Padano, insediata presso l’Abbazia di Chiaravalle, il cui vicepresidente è l’abate padre Stefano Zanolini: «Il territorio della Diocesi di Milano non è più luogo di produzione, ma per noi è molto importante mantenere il legame con i valori e i luoghi della sua storia», mette in luce Perini.

Dal XII secolo a oggi

Proprio i monaci di Chiaravalle, infatti, già nel XII secolo svilupparono la tecnica per produrre un formaggio a pasta dura che consentisse di sfruttare la grande abbondanza di latte che per la prima volta riuscivano a ottenere. Ora la Fondazione (i cui progetti spaziano su tutta la Lombardia) ha tra le sue finalità principali proprio la salvaguardia e la valorizzazione dell’Abbazia tanto amata dai milanesi.

«Nel momento in cui produciamo ricchezza questa non deve essere fine a se stessa, ma deve anche avere finalità sociali», osserva Perini, ricordando tra l’altro il sostegno della Fondazione al Banco Alimentare. E, naturalmente, la capacità del modello cooperativo di valorizzare al meglio il lavoro dei soci (il 65% della produzione di Grana arriva da aziende cooperative), con una produzione che, anche grazie al modello di tutela delle “Dop” (le denominazioni di origine) rimane legata al territorio e può così far ricadere il valore sullo stesso tessuto produttivo e sociale.

Abbazia Chiaravalle - Fondazione Grana Padano - Crediti Massimo Sestini
Un’altra veduta dell’Abbazia di Chiaravalle (Fondazione Grana Padano – Crediti Massimo Sestini)

Un riferimento anche spirituale

Anche don Nazario Costante, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro, sottolinea il carattere virtuoso della cooperazione, capace di mettere in atto nel mondo del lavoro quei principi di solidarietà (per Confcooperative l’ispirazione è alla stessa Dottrina sociale della Chiesa) che appaiono ora così urgenti. Nel campo agroalimentare, per esempio, la forma associativa permette anche ai piccoli produttori l’investimento nelle tecnologie più avanzate. Un’attenzione ai legami e alle finalità sociali che, «se nelle cooperative è espressa anche dalla forma giuridica dell’azienda, può essere fatta propria naturalmente anche da tutte le imprese», ricorda don Costante.

Ritrovarsi in un luogo così determinante per la storia di tutto il territorio ambrosiano, e guardare ancora all’esempio della tradizione monastica significa, sottolinea ancora don Costante, non solo ribadire l’impegno nella custodia del creato, ma anche voler «riscoprire quel bisogno di un riferimento alla dimensione trascendente proprio anche dell’esperienza del lavoro: questo luogo ci interroga su quali forme di spiritualità siano necessarie oggi nel mondo del lavoro per ravvivarlo nel suo significato più profondo».