Dopo i tre decessi di gennaio, a Milano nella prima settimana di febbraio sono morte altre due persone senza dimora. L’ultimo decesso è avvenuto mercoledì 4 febbraio, quando i soccorritori hanno rinvenuto il cadavere di un uomo in via dell’Aprica, in prossimità dello Scalo Farini. Un’altra vittima di ipotermia, esattamente come nel caso di martedì mattina in viale Cassala, in un giaciglio realizzato tra due negozi.
L’assessore comunale al Welfare e alla Salute Lamberto Bertolè, oltre a esprimere il cordoglio dell’Amministrazione, ha invitato la cittadinanza a «segnalare eventuali situazioni di difficoltà al numero 0288447646, a disposizione di tutti i cittadini e le cittadine». Dal 17 novembre, infatti, è stato attivato il “piano freddo” del Comune di Milano, che a oggi ha accolto quasi 700 persone negli 11 centri attivati per l’inverno, in aggiunta a quelli ordinari attivi tutto l’anno.
Come aveva però osservato dopo i decessi di gennaio Alessandro Pezzoni, responsabile dell’area grave emarginazione di Caritas Ambrosiana, il principale limite di questo Piano è la sua configurazione: i dormitori sono utili e rispondono a questa emergenza soprattutto sui grandi numeri, ma, essendo organizzati come dormitori collettivi, sono difficilmente accessibili da parte di chi ha dipendenze o disturbi psichici gravi. «Alcune di queste vittime erano in condizioni di fragilità estrema – racconta Magda Baietti, presidente dell’Associazione Ronda Carità e Solidarietà Milano ODV – e spesso chi presenta questi problemi non vuole essere assistito e rifiuta le strutture».

Agganciare le persone e convincerle a farsi aiutare è un processo lungo e ad alta intensità di risorse: servono operatori qualificati, che organizzino almeno due incontri a settimana con gli utenti e che stabiliscano un accompagnamento personalizzato per la successiva presa in carico. «Quando c’è una resistenza così forte – spiega Baietta -, prima di tutto dobbiamo lavorare per instaurare un rapporto di fiducia, e questo richiede tempo. Per ogni anno passato sulla strada, ne servono almeno tre per ottenere dei risultati. E soprattutto è necessario un coordinamento tra intervento sociale e sanitario. Noi siamo anche disposti ad accompagnarli dal medico, a portarli al pronto soccorso, ma, senza un lavoro integrato con servizi medici e psichiatrici, la presa in carico dei casi più complessi resterà parziale».
Secondo la condirettrice di Caritas Ambrosiana Erica Tossani, andrebbero immaginate anche strutture più piccole, che consentano l’accesso a chi presenta queste condizioni di fragilità, ovvero «rilanciare il modello “Housing First” per mettere degli alloggi a disposizione delle persone senza dimora all’interno di un percorso di accompagnamento verso l’autonomia».




