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Festa

Vita consacrata, una bellezza da cantare insieme

Nella giornata della celebrazione diocesana (alle 15.30 concerto in San Carlo al Corso, alle 17.30 Messa in Duomo presieduta dall’Arcivescovo e in diretta web), il Vicario episcopale monsignor Walter Magni sottolinea: «Consacrare a Dio la propria esistenza riempie la vita e la realizza, una gioia di cui dare testimonianza»

di Simonetta CABONI

1 Febbraio 2026

Alla vigilia della Festa della Presentazione del Signore (popolarmente detta «Candelora») e XXX Giornata mondiale della Vita consacrata, la Chiesa ambrosiana celebra la festa della Vita consacrata con l’arcivescovo Delpini. La celebrazione diocesana è in programma domenica 1 febbraio a Milano, con il concerto del Coro Elikya diretto da Raymond Bahati alle 15.30 nella basilica di San Carlo al Corso, da cui alle 17 partirà la processione verso il Duomo, dove alle 17.30 l’Arcivescovo presiederà la celebrazione eucaristica (diretta su www.chiesadimilano.it e youtube.com/chiesadimilano). Ne parliamo con monsignor Walter Magni, vicario episcopale per la Vita consacrata, per approfondire il significato di questa giornata e avere uno sguardo sulla Vita consacrata in Diocesi.

Monsignor Walter Magni

Quale significato vorrebbe dare quest’anno alla Giornata Mondiale della Vita consacrata?
La Giornata della Vita consacrata è stata istituita dalla Chiesa per riconoscere e onorare il contributo prezioso dei consacrati e delle consacrate che hanno dedicato la loro vita a Dio, consacrandosi nell’esercizio dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Questa giornata, che ricorre annualmente il 2 febbraio, coincide con la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, l’episodio evangelico in cui Gesù venne offerto a Dio, secondo la tradizione della Legge ebraica. Tutti i consacrati sono così chiamati a fare propria l’offerta con la quale Maria e Giuseppe riconoscono che quel loro figlio appartiene anzitutto a Dio. In questo senso, emerge sempre più chiaramente l’urgenza che i consacrati sappiano evidenziare il primato della consacrazione nella loro esistenza. Le opere carismatiche proprie di una congregazione non solo cambiano, ma possono anche venir meno lungo la storia, come di fatto sta avvenendo per molti istituti religiosi nelle Chiese occidentali. Ma ciò che non può venir meno per tutti i consacrati è l’atto della propria consacrazione a Dio, che afferma il primato di Dio in tutte le dimensioni della loro esistenza. Credo sia questo il senso profondo della Giornata della Vita consacrata.

Abbiamo da poco concluso il Giubileo della Speranza. Quali frutti di grazia le sembra di vedere germogliare tra le consacrate e i consacrati presenti nella nostra Diocesi?
L’anno scorso, in occasione della Festa del 2 febbraio, avevamo celebrato il Giubileo della Vita consacrata imparando a percepire, proprio a partire dal termine «giubileo», una sorta di esultanza gioiosa che era sfociata – come naturalmente – in una danza, recandoci dalla chiesa di San Carlo al Corso al Duomo per celebrare l’Eucaristia. Quest’anno, come frutto del Giubileo della Speranza, desideriamo continuare nella stessa prospettiva. Per questo si è voluto intitolare questa Giornata come «Festa diocesana della Vita consacrata», rendendo grazie a Dio per le tutte le persone consacrate presenti in Diocesi. Credo infatti che la gente, in generale come anche i credenti delle nostre comunità cristiane, amino percepire che chi si consacra al Signore non può che essere anzitutto carico di gioia e di speranza. Di un’esultanza che lo spinge a cantare il Magnificat, non un De profundis scoraggiato e stanco, ripiegato sui propri limiti e sulle fatiche della vita che abbiamo tutti. Tutti abbiamo bisogno di accorgerci che consacrare a Dio la propria esistenza riempie la vita. E così non puoi che esultare, cantare. Questa, anche nella mia esperienza, è una via per l’animazione vocazionale nei nostri istituti. Testimoniare la gioia di una vita realizzata vale più di un certo vaniloquio retorico, anche pastorale, a riguardo della mancanza di vocazioni.

Religiose in Duomo nella Giornata per la Vita consacrata dello scorso anno (Agenzia Fotogramma)

Quale augurio rivolge oggi ai consacrati e alle loro comunità?
L’augurio è che i consigli evangelici di povertà, castità/verginità e obbedienza – gli stessi segni che hanno contraddistinto la vita di Gesù di Nazareth – siano sempre più i segni che ancora trasmettono la bellezza della consacrazione. C’è una bellezza in ogni consacrato e consacrata, che si si possono evincere solo da come si esercitano concretamente nella vita certe dinamiche evangeliche. C’è un esercizio della vita cristiana, in cui i consacrati e le consacrate si sono definitivamente incamminati e che abbisogna, per quasi tutte le espressioni di Vita consacrata, dell’orizzonte concreto di una fraternità, di una comunità entro cui ci si può appropriare, giorno dopo giorno, dello stile della vita stessa di Gesù, che per amore di Dio e per amore nostro si è fatto povero, casto e obbediente. Auguro che tutto questo sia sempre più chiaro ed evidente anzitutto agli stessi consacrati, perché il mondo veda, li veda e ci veda, e continui così a glorificare il nome santo di Dio, che Gesù ci ha rivelato.

I numeri

Quali sono i “numeri” della vita consacrata nel territorio della Chiesa ambrosiana? Attualmente i consacrati in Diocesi ammontano complessivamente a quasi 6000 unità. Tra questi, 850 sono i religiosi e 4000 sono le religiose, che vivono in case o comunità/fraternità propriamente dette “religiose”; 393 sono femminili, comprendendo anche 12 monasteri, e 112 sono quelle maschili, compresi quattro monasteri. Ci sono poi circa 530 consacrati/e “secolari” che non vivono in comunità, ma individualmente, facendo riferimento a 28 Istituti femminili e a 6 maschili. Allargando lo sguardo ad alcune aggregazioni di consacrate “di diritto diocesano”, si segnalano le 125 sorelle dell’Ordo Virginum e le 33 dell’Ordo Viduarum: non vivono in comunità, ma nei contesti ecclesiali diocesani più diversi. Infine vanno considerate anche alcune “Associazioni Pubbliche di fedeli” che pure vivono in comunità, come 68 Ausiliarie diocesane e diverse “Società di Vita Apostolica” come i numerosi missionari del Pime.