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Festa

La benedizione delle stalle per sant’Antonio Abate

Venerdì 16 gennaio l’arcivescovo Delpini visiterà due cascine a Magenta e Arluno. Lo accompagnerà don Matteo Vasconi, consigliere ecclesiastico Coldiretti: «Un gesto simbolico che è significativo per molte persone. Benedire significa riconoscere l'origine di ciò che si ha»

di Stefania CECCHETTI

14 Gennaio 2026
Un momento della manifestazione dello scorso anno (Foto Coldretti)

In anticipo di un giorno sulla festa di sant’Antonio Abate, venerdì 16 gennaio si svolgerà l’ormai tradizionale benedizione delle stalle, un gesto voluto dall’arcivescovo come segno di vicinanza al mondo agricolo. Il santo, infatti, è da sempre il patrono degli animali domestici, in particolare di quelli da lavoro come cavalli, buoi e asini. Anche se, come spiega don Matteo Vasconi – consigliere ecclesiastico della Coldiretti, per le provincie di Milano, Monza e Brianza e Lodi – «solo per via di una sorta di “errore iconografico”. Sant’Antonio, infatti, è sempre stato affigurato come un maiale a fianco, che rappresentava il demonio da combattere nella vita monastica. Nel corso dei secoli il concetto della lotta contro il male si è perso, trasformandosi invece in un segno di cura verso gli animali».

Una festa per benedire gli animali non rischia di sembrare un po’ “antica”? «No, è un gesto simbolico che è significativo per molte persone: nella diocesi ci sono comunque ancora diverse parrocchie immerse in una realtà agricola e, oltre a ciò, benedire significa riconoscer l’origine di quello che si ha». Due le realtà che saranno visitate dall’arcivescovo Delpini: «La Società Agricola Fratelli Invernizzi-Cascina Pietrasanta a Ponte Vecchio di Magenta, e la Società Agricola La Robinia- Cascina Mereghetti che si trova ad Arluno, territorio che tra l’altro in questo stesso periodo è toccato anche dalla visita pastorale dell’arcivescovo nel decanato Villoresi».

Foto Coldiretti

Insomma, la vicinanza della Chiesa al mondo agricolo è significativa, almeno per due ragioni, spiega ancora don Vasconi: «La prima ragione è che il mondo agricolo, per sua stessa natura, è soggetto a molte variabili che non dipendono dall’uomo, e che rendono necessario affidarsi. Più di altri lavoratori, l’imprenditore agricolo deve fare i conti con gli eventi, con ciò che accade nella realtà, a cominciare dall’andamento del meteo. Questo crea un legame profondo con Dio e con la dimensione religiosa della vita. Invocare la benedizione non significa affidarsi a un portafortuna per garantire che tutto vada bene, ma riconoscere che il mio lavoro da solo non basta: deve unirsi a quello di un Altro, del mio Dio. Di conseguenza, dobbiamo imparare a prenderci cura di ciò che Lui ci ha affidato».

E qui arriviamo alla seconda ragione che giustifica la vicinanza della comunità cristiana al mondo agricolo: «Come si dice nel Messaggio per Giornata nazionale del Ringraziamento promossa dalla Cei, nella rigenerazione della terra risiede una grande speranza per l’umanità. La terra insegna che, come nella Creazione si è riposato Dio, anche nel lavoro agricolo c’è un tempo di riposo da sapere rispettare e riscoprire questo riguarda lo scopo del tempo e del lavoro. In questo senso, la Chiesa non solo accompagna il mondo agricolo, ma in qualche modo si mette anche alla sua scuola. Penso anche, banalmente, che in una società tecnologica come la nostra, per capire davvero alcune parabole, è necessario avere un po’ dell’esperienza degli agricoltori. Gesù faceva riferimento a un mondo che non è più il mondo di tutti adesso».

Per questo il rapporto della Chiesa con Coldiretti, che dalla nascita si ispira alla Dottrina Sociale, è un rapporto a doppio binario: «Il consigliere ecclesiastico – conclude Vasconi – ha il compito di richiamare Coldiretti ai suoi valori fondanti, ma nello stesso tempo impara a ripercorrerli insieme all’associazione. Per me personalmente è un’esperienza molto arricchente».