«Ecco come vorrei augurarvi l’inizio di questo anno: il correre dei prossimi mesi sia come un luogo in cui ciascuno sente la fierezza, la gioia, la bellezza di rispondere alla vocazione e di farsi avanti. Il mondo ha bisogno di tutti noi».
Cita il videomessaggio augurale dell’Arcivescovo – che sta proseguendo nel suo viaggio in Zambia per visitare i sacerdoti fidei donum ambrosiani – il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, che presiede la celebrazione eucaristica con il canto del Te Deum nella parrocchia di Santa Maria alla Scala in San Fedele, l’ultimo giorno dell’anno. Accanto a lui, i Padri gesuiti (la loro comunità è inserita storicamente nel complesso della chiesa), tra cui il parroco e superiore della Comunità stessa, padre Iuri Santin, che porge il saluto di benvenuto dicendo, «viviamo insieme questo momento aprendo il cuore per poterlo consegnare nelle mani del Signore», e ringraziando della presenza i fedeli e le autorità, tra cui, con la fascia del Primo cittadino, l’assessore alle Opere pubbliche, Cura del territorio e Protezione civile del Comune di Milano, Marco Granelli.

Salvati e amati dal Signore
«Potremmo essere anche noi come i pastori, amati dal piccolo Gesù. A lui guardiamo anzitutto: a Gesù al quale viene dato il nome “Dio salva”. Ma come Dio salva in Gesù? Potremmo raccontarci qualche esperienza della misericordia di Dio, vissuta magari proprio in questo anno giubilare e dire qualcosa di come ci siamo sentiti amati, perdonati, incoraggiati. Così Gesù ci salva prendendosi carico della nostra condizione, non soltanto di fragilità, ma anche di fatica e di tormento», sottolinea, in apertura della sua omelia, monsignor Agnesi che aggiunge.
«Queste rischiano, però, di essere solo parole che sentiamo tutti i giorni: che chi ci salva deve essere più forte, aver conquistato la terra più preziosa, mostrare grandezza, spaventare, avere l’esercito più forte, ma Gesù ci rivela qualcosa di diverso. Il volto di Dio è contento se ci siamo, gioisce perché un piccolo si è sentito amato, perché un peccatore torna a libertà, un malato guarisce, un disperato riaggancia la speranza. Noi siamo davvero liberi e realizzati, quando sappiamo che magari per la nostra semplice presenza, con una lacrima, un sorriso, un silenzio condiviso, abbiamo sciolto il cammino di qualcun altro. Gesù ci dice: “vi accompagno tutti i giorni” e ci chiede, come i pastori, di andare a raccontarlo, di mostrarlo con le parole e le opere, con intelligenza e semplicità».

Benedetti da Dio
Poi, una seconda indicazione – ispirata dalla prima lettura tratta dal Libro dei Numeri – legata alla benedizione.
«Siamo benedetti da Dio, dal suo sguardo», scandisce il Vicario generale. «Quando ci sentiamo benedetti e benediciamo qualcuno, ciascuno trova il proprio posto, il suo spazio, la pienezza di vita, il coraggio di compiere gesti buoni. La pace è, certo, la chiusura di conflitti, ma anche la possibilità per ciascuno di esprimere se stesso nel modo migliore e questo ci fa stare bene in una città, in una comunità, in una famiglia. Siamo, dunque, invitati a essere una benedizione che porta pace. Sembrano parole come tante altre», ma non è così, suggerisce Agnesi che richiama il pellegrinaggio dei Vescovi lombardi in Terra santa con suoi tanti incontri di resistenza pacifica e di coraggio, capaci di «aprire spazi di vicinanza, di intelligente carità, di sostegno».
Davanti a un nuovo anno
Il riferimento è al canto di ringraziamento che si diffonde, al termine della celebrazione, tra le navate di “San Fedele”. «Davanti al nuovo anno che si affaccia, cantiamo il Te Deum per ringraziare e implorare. Abbiamo attese, ansie, letizie, timori, speranze. Ma come possiamo vivere tutto questo?».
«Maria ce lo mostra con il suo stile: custodiva tutte queste cose meditandole anzi, il testo dice “tenendole insieme” – nel suo cuore. Tenere insieme: che non sia questo ciò che ci è chiesto all’inizio di un nuovo anno? Tenere insieme la parola di speranza con la concretezza della vita, le scelte da compiere con la fiducia che muove il bene, anche come Chiesa, in un tempo in cui si rischia solo di considerare gli estremi opposti che si condannano vicendevolmente. Lo sforzo di tenere insieme le cose è l’esperienza di ogni amicizia, certamente del governo della città e della Chiesa. Chiediamoci come farlo, oltre il nostro orticello, allargando lo sguardo, tenendo conto del bene che ci è chiesto e della nostra responsabilità».

Farsi avanti senza paura
Ancora una volta il pensiero torna al messaggio augurale del vescovo Mario e al suo Discorso alla Città 2025, con l’appello a non chiudersi nel proprio mondo privato, «non per l’ambizione di esibire qualità, ma per la responsabilità di mettere al servizio di tutti i loro talenti, non per un calcolo di interesse, ma per una risposta alla vocazione a servire».
Infatti, quelli che si fanno avanti «non si lasciano abbattere dai fallimenti e dalla consapevolezza dei loro limiti», che «sono un invito a correggersi, a riflettere, a riprendere». Quelli che si fanno avanti si rendono conto di non essere soli, perché «c’è una moltitudine di uomini e donne che hanno a cuore lo stesso bene di tutti». Quelli che si fanno avanti «raccolgono il gemito del pianeta» e si dedicano alla consolazione, «perché sanno di poter mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo», almeno quel pezzetto loro assegnato.



