In Duomo l’Arcivescovo ha presieduto il Pontificale solenne dell’Epifania. Festa che, attraverso la testimonianza dei Magi, permette di intendere l’esistenza «come una vocazione a donarsi, a trasfigurare la condizione materiale in segni che dicono il significato del nostro vivere»

di Annamaria Braccini

I Magi che seguono la stella e che, così, attraverso i tempi, indicano la mèta del nostro andare inquieto di donne e uomini del terzo millennio. In quella società di oggi, dove certamente si sarebbe ripetuto il rifiuto di un bambino nato da «due poveracci in un insignificante villaggio di Giudea», ma nella quale anche i sapienti stranieri, che arrivano per adorarlo, non raccolgono certamente molta simpatia.Nel Pontificale dell’Epifania – presieduto in Duomo dall’arcivescovo Delpini e concelebrato dai membri del Capitolo metropolitano della Cattedrale e da molti altri sacerdoti – la vicenda dei Magi, spesso ridotta solo a folklore, diviene portatrice di un messaggio, a suo modo, rivoluzionario. Quello indicato, appunto, da uomini che vengono da lontano e che si mettono, per questo, nel vero viaggio «orientato a compimento, che non è un girovagare smarrito, un vago sospiro, non un’inquietudine sempre in cerca di domande e di risposte».

Insomma, persone che non «cercano emozioni» e che non giungono «per fare affari, per vendere o per comprare, per contestare il potere di Erode, per seminare sconcerto nella città santa, o perché spinti da qualche situazione terribile o disastro insopportabile».

Il solo scopo dei Magi, infatti, è «adorare Gesù».

Come non leggere, allora, nella città e nella gente che non li vede con favore, la mentalità corrente – noi tutti – che «vogliamo stare tranquilli, non essere disturbati, accomodarci nel consueto, in un rassicurante andare avanti per inerzia», magari con idoli altrettanto rassicuranti?

E, forse, la paura è anche più profonda di fronte a coloro che – a tutti gli effetti stranieri -, appaiono «contestatori del potere costituito» e ai quali, ieri come ora, viene spontaneo dire: «La nostra sicurezza è nella grandezza del re, nella sua potenza indiscutibile, nella sua prevedibile arroganza, nella sua opprimente avidità. Andate via voi che parlate di un altro re, di un altro modo di esercitare il potere, voi che incrinate le fondamenta del potere nel riconoscere la regalità di un bambino».

È proprio qui, però, il cuore della rivoluzione che porta con sé chiunque si chini per adorare il Signore, a partire da quei tre sapienti, «maestri sconcertanti di una sapienza umile, contro una (la nostra) che alimenta, invece, la sufficienza di poter fare a meno di Dio e della preghiera. Sapienza che è diventata scienza e tecnica, capacità di manipolare il cielo e la terra, esplorazione delle possibilità di ulteriori profitti».

La testimonianza dei Magi contesta così l’esito del pensiero moderno e della sua presunzione «che infatti sembra dichiarare che il suo scopo non è di inchinarsi al mistero, ma di dissolverlo, di trattarlo con scetticismo e sufficienza».

Un messaggio, questo, anche guardando alla preziosità dei doni portati, capace di scardinare le certezze dalla società individualistica e utilitaristica «che usa le ricchezze per generare ancora ricchezza, accumula l’oro per arricchire, trattiene quello che si possiede per possedere sempre di più. A che cosa servono le ricchezze della terra, l’oro, l’incenso, la mirra? I Magi dichiarano che hanno uno scopo: diventare un dono per dare gloria al Bambino».

Trafficare ricchezze, trafficare iniziative di continuo, il discorso non cambia: «La testimonianza dei Magi contesta l’orientamento del fare verso la frenesia e l’impazienza, l’inclinazione all’agitazione e all’irrequietezza che non può fermarsi, non può sostare, non sopporta il silenzio e la pace. Che significa adorare? Vedere».

E, allora, anche il prostrarsi, che può essere sentito come umiliazione, è invece quel libero abbandonarsi allo stupore, alla gratitudine, quel riconoscere d’essere salvati, elevati alla condizione di adoratori del vero Dio. Adorare è offrire doni o piuttosto offrirsi in dono, intendere la propria vita come una vocazione a donarsi, a trasfigurare la condizione materiale, le cose, in una condizione spirituale, in segni che dicono il significato del nostro vivere».

Infine, al termine della Messa in cui, come tradizione viene annunciata la data della prossima Pasqua che sarà domenica 1 aprile 2018, ancora l’auspicio che l’Epifania possa essere «un giorno di gioia per le famiglie, di fiducia per il nostro futuro, occasione in cui la luce del mondo venga offerta a tutte le genti che vengono in questa nostra terra, sentendoci tutti benedetti da Dio».

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