Pubblichiamo uno stralcio dal nuovo libro di Lucia Castellano, dirigente generale della Amministrazione penitenziaria, edito da In dialogo: «Chi cerca di rendere il carcere un luogo giusto, molto spesso deve costruire “in toto” intere esistenze, offrendo opportunità di reinserimento a chi non ha mai visto un banco di scuola...»

di Lucia CASTELLANO

L'interno di un penitenziario italiano in un'immagine d'archivio. ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Parlare di giustizia è impresa complicata, perché è complicato definirne il senso. La giustizia non è un concetto descrittivo: non si può affermare, in assoluto, che una determinata azione è giusta, se non in relazione a uno standard determinato di giustizia: e gli standard cambiano con il cambiare della storia, delle culture, dell’impianto valoriale di un popolo.

La giustizia può essere, ad esempio, identificata con la virtù? Un’azione “buona” è sempre un’azione “giusta”?

Con riferimento alla buona amministrazione, possiamo affermare che sia sostanzialmente giusto pretendere da tutti i consociati gli stessi comportamenti, punendo nell’identica maniera le infrazioni? Il cardinale Carlo Maria Martini ci avverte: chi è orfano della casa dei diritti difficilmente abiterà nella casa dei doveri. Ne discende che le persone a cui è precluso, da sempre, l’accesso ai diritti fondamentali (all’identità, alla salute, all’istruzione, alla casa eccetera) difficilmente avranno la corretta percezione delle regole e della necessità di rispettarle. E allora le infrazioni non potranno essere valutate alla stessa maniera per coloro che hanno avuto la possibilità di introitare il senso profondo delle regole e per coloro che questa possibilità non l’hanno avuta. […]

Ho lavorato per vent’anni all’interno degli istituti di pena e credo che non esista luogo dove è più stridente il contrasto tra la giustizia formale e quella sostanziale.

Ricordo la mia prima esperienza da direttore, dopo aver trascorso tre anni alla vicedirezione del carcere di Marassi, a Genova. Fui destinata a Eboli, piccolo centro del Cilento, in un istituto penitenziario con soli trenta giovani detenuti: il mio primo, reale tentativo di organizzare un luogo in cui si esercitasse la giustizia. I visi di quei giovani raccontavano miseria, deprivazione, esclusione sociale. Come la maggior parte delle “facce da galera” in Italia.

Per questo, ancor prima di cominciare, viene da chiedersi perché continui ad accadere che sono sempre i più poveri a “finire dentro”. […] Chi abbia l’ambizione di rendere il carcere un luogo giusto deve fare i conti con questa iniquità preliminare, che porta gli operatori, molto spesso, a dover costruire “in toto” intere esistenze, a offrire opportunità di reinserimento a chi non ha mai visto un banco di scuola, un posto di lavoro, non ha mai letto un libro. […]

Far coincidere il rispetto formale delle regole con la giustizia sostanziale è stato lo scopo del mio impegno professionale per vent’anni.  Avevo la netta percezione di lavorare in un luogo in cui l’obiettivo istituzionale (rieducare, appunto, allontanare dal crimine) fosse in netto contrasto con quello che si consuma all’interno degli istituti di pena: far soffrire. […] Per cercare di rendere il carcere un luogo in cui si esercita la giustizia ho lavorato su tre piani: in primo luogo, lasciando agli ospiti la più ampia libertà di autodeterminazione possibile, nell’organizzazione della propria giornata. In seconda battuta, cercando una contaminazione costante tra il carcere e la città esterna, che devono essere in relazione tra loro, come vasi comunicanti. […] Terzo punto del mio impegno: il portone del carcere deve essere metaforicamente percepito dai propri abitanti come semiaperto, i reclusi devono potersi riappropriare con le proprie mani della libertà, saperla costruire (attraverso la gradualità delle misure alternative alla detenzione) perché sia definitiva e responsabile. L’essere identificati con il proprio reato, esclusi e deprivati è un percorso che fa sentire vittime (quando non lo si è), mentre la responsabilità verso le proprie azioni rende liberi.

Per questi motivi credo che in nessun luogo come nel carcere la giustizia formale, il rispetto delle regole, dovrebbero coincidere con la giustizia sostanziale. L’obiettivo di ogni buon amministratore penitenziario dovrebbe essere quello di rendere il carcere un luogo vero, credibile, che produca libertà. […]

Il carcere riformato per il quale, insieme a una folta squadra di operatori, mi sono impegnata è un modello “costituzionalmente orientato”. Finora, purtroppo, le galere formano personalità devianti e deviano quelle più sane. Accertato che il compito istituzionale del carcere [è] quello di restituire alla società esterna persone meno pericolose, abbassando il tasso di recidiva, mettiamo al centro dell’analisi la persona detenuta, con la sua identità e i suoi diritti e proviamo a immaginare un’istituzione che ne salvaguardi l’integrità psichica e fisica. Non solo. Che sia un luogo dove possano essere riconosciuti, tutelati e, soprattutto, esercitati tutti i diritti dell’uomo. Un posto, in sintesi, dove l’unico limite sia costituito dal muro di cinta, da cui non si può uscire. […]

Se non si può dare una definizione di giustizia che non sia legata a valori, culture e tradizioni cangianti nel corso della storia, si può ancorare, in tutti i sistemi e i campi dell’azione pubblica, il concetto al valore della persona, all’attenzione al rispetto dei suoi diritti e all’eliminazione delle diseguaglianze, che comportano qualità della vita così differente tra una persona e l’altra, tra un popolo e l’altro. Questo è oggi, a mio parere, il senso della giustizia sostanziale.                              N

 

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