Redazione

A lei, alla Madre dolente che culla in grembo il corpo del Figlio morto in croce, si sono levati gli sguardi imploranti di tante generazioni, le mani giunte in preghiera di uomini e donne, con una grazia da chiedere, con un ringraziamento da offrire. Perché la Valle Imagna fu ed è terra amata, ma non generosa, non ricca. I suoi figli hanno dovuto conquistarsi giorno dopo giorno il diritto di viverci, tenacemente, duramente.
Molti hanno dovuto emigrare nei decenni passati: lasciare tutto, amici, affetti, montagne, per cercar fortuna, o soltanto per riuscire a sopravvivere, fuori della valle. Ma la Madonna della Cornamusa è sempre restata con loro, nei loro occhi, nel loro cuore.
Una casa per chi non ha casa, o per chi ha dovuto abbandonare la sua. Qua e là, nella grotta, un ciuffo verde spunta improvviso e caparbio tra le rocce.
Piccole, tenere foglie che fanno fatica a crescere e svilupparsi, anelando alla luce, chiedendo vita. E sembrano il riflesso della nostra fragile fede, talvolta in balia di eventi più grandi delle nostre forze, spesso insicura, ma sempre desiderosa di nuova linfa.
Forse li avrà notati anche papa Roncalli, questi germogli che sembrano far corona all’immagine della Vergine tra le pietre. Perché Giovanni XXIII era pellegrino assiduo alla Madonna della Cornamusa.
Vi si ritirava per giorni, in solitudine, in preghiera. «È il santuario più bello che esiste», diceva con un sorriso sulle labbra. «Perché non l’ha fatto la mano dell’uomo, ma Dio stesso».

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