Redazione

di Luca Frigerio

Acque limpide e cristalline. E poi il cinguettio lieto di timidi uccelli. Uno stormir di foglie agitate da una brezza leggera, l’odore dei prati, e il profumo dei fiori, e l’ombra amica di un’alta quercia frondosa… Un idillio, forse un sogno ad occhi aperti di fronte a un muro di cemento, a un cielo grigio di smog, mentre per le strade impazza una folla agitata. E si vorrebbe evadere, scappare, cercare un poco di quiete in un angolo di natura intatta per ritrovare se stessi. S’alza maestoso sulle nostre teste un airone cinerino, librandosi con battiti d’ala lenti e profondi, la testa bianca incassata tra le spalle, le zampe distese dietro il corpo. Il suo occhio giallo ci scruta, forse con diffidenza, forse con compassione, ma probabilmente è solo la nostra cattiva coscienza a farcelo credere. E laggiù, dove l’acqua è più bassa e più aperta, come in una danza guardinga si muove una coppia di candide garzette: sono a caccia di crostacei e di piccoli pesci, e il loro nero becco appuntito non resterà a lungo senza preda. Attorno, quasi fosse un variopinto fondale teatrale, si stende un bosco di carpini bianchi e ontani neri. Ma questa volta, ne siamo certi, non è un sogno. Gli occhi cerchiamo di tenerli bene aperti, perché siamo in una “riserva” del WWF, a San Genesio ed Uniti, pochi chilometri a nord di Pavia, non lontano dalla splendida Certosa. Siamo nella Garzaia Carola dove, da sempre, una colonia di aironi si ritrova in primavera a costruire, o riadattare, nidi grandi e disordinati, funzionali, verrebbe da dire, più che esteticamente “curati”. E i salici bianchi si riempiono di voci e di grida, mentre i quattro ettari della tenuta si punteggiano di piume bianche e grigie. Un’oasi. Una piccola, inaspettata, incantevole oasi, dove in questi giorni d’aprile si può assistere a uno spettacolo davvero inconsueto. Ed emozionante, perfino. Eppure, improvvisa, un’ombra viene a velare questa gioia silvestre. Perché, a ben considerare, quando si ha bisogno di creare delle aree protette, vuol dire che qualcosa non va. Quando per salvare quel poco di verde rimasto o per proteggere gli esemplari superstiti della fauna locale si è costretti a delimitare delle apposite zone, significa che siamo davvero nei guai. Per anni abbiamo distrutto, sradicato, calpestato, bruciato, snaturato. E ora, attorno alle grandi città lombarde, non restano che delle oasi. E per fortuna almeno ci sono queste. Sono oltre un centinaio le oasi create o gestite in Italia dal WWF. Un progetto in cui il «Fondo mondiale per la natura» crede molto e molto ha investito. Una sfida, una scommessa: tentare di salvare il salvabile. Di più: cercare di creare una nuova mentalità, una nuova cultura, più rispettosa, più attenta all’ambiente che ci circonda, per noi, per le generazioni che verranno. E rispettare vuol dire innanzitutto conoscere e capire: l’ignoranza, oltre all’egoismo, genera mostri anche quando in gioco c’è la natura. La “nostra” natura. Oggi sul territorio lombardo il WWF si occupa di diciotto riserve naturali, diverse per dimensioni (da pochi metri quadri a una quarantina di ettari) e caratteristiche. Si tratta, per lo più, di “oasi urbane”, e forse non a caso tale definizione suona stridente, contrastante. Si è intervenuto, infatti, proprio là dove l’impatto ambientale è stato più devastante, dove l’azione disgregatrice si è fatta più lacerante: attorno ai grossi centri abitati, nelle aree intensamente sfruttate. Qui spesso si sono recuperate ex cave o ex discariche, impedendo che al degrado si aggiungesse altro degrado, e trasformandole, invece, in zone protette in cui la flora e la fauna indigene potessero nuovamente trovare un rifugio in cui vivere. I sentieri didattici, i centri di educazione ambientale, la collaborazione con scuole e biblioteche rendono poi queste oasi “cittadine” dei luoghi di incontro e di apprendimento, al di là del semplice, seppur appagante, godimento bucolico.

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