Redazione

Tre absidi: la maggiore al centro, pressochè doppia per dimensioni rispetto alle altre. Tutte “quadrate”, verrebbe da osservare, considerando come l’altezza di ciascuna non sia molto diversa da quella della base.
Lo slancio è minimo, dunque. E tuttavia non c’è pesantezza in questa struttura, ma piuttosto un senso di solidità, un’impressione di sicurezza, amplificata nella strombatura evidente delle finestre, sottolineata dallo spessore notevole delle mura. Absidi, come del resto la chiesa intera, fatte di conci e di grossi sassi di fiume, uniti con malta abbondante.
Materiali poveri, eppure disposti con fare sapiente, senza soggezioni provinciali, senza incertezze costruttive. Né potevano averne, del resto, le maestranze che poco dopo il Mille rivestirono questo sacro edificio di un ritmo costante e sicuro, scandito da piatte lesene ben distanziate, vivacizzato in alto da piccole aperture, i fornici, elementi strutturali qui reinventati come ornamento decorativo.

L’equilibrio è mirabile, assoluto. Quello stesso equilibrio che ritroviamo nell’interno della basilica, impostata su una pianta a tre navate, classica, lineare, priva di transetto e di cupola.
A dividere lo spazio due file di sei colonne, tutte diverse, la maggior parte di recupero. Come pure i capitelli, ricavati da materiali romani, are o cornici. Facendo attenzione si noterà, ad esempio, una pietra miliare, con tanto di iscrizioni degli anni dell’imperatore Giuliano, nella seconda campata, a sinistra.
Più in là si scorgeranno due delfini abbeverarsi a un vaso da cui spunta un tridente: elegante rilievo, quasi di cesello, del III secolo. Non sembra manchi qualcosa, tanto l’occhio è appagato.
Ma le ampie superfici sovrastanti i colonnati non furono sempre spoglie come appaiono ora.
A ben cercare, appariranno infatti frammenti d’affresco, e anche un paio di scene quasi integre, verso l’altare maggiore. Come la creazione di Adamo, dove il pulsare stesso di una vita chiamata dal nulla fa rimpiangere quanto è andato perduto. Sotto il presbiterio si stende la cripta.
Luogo raccolto, oratorio protetto di invernali liturgie, in cui lasciarsi irradiare dai primi raggi mattutini, volgendo lo sguardo all’Oriente da cui giunge la Salvezza. Anche qui colonne salde, ma non tozze, con capitelli incisi, più che scolpiti, in un’astrazione di forme vegetali e di spirali.
Le volte sono a crociera, spigolose, ossute, quasi a voler dare risalto alle ombre. La dignità plebana di Agliate è ricordata anche dal battistero quasi addossato alla basilica. Che è ottagonale, secondo la ricorrente simbologia battesimale, ma con la sorpresa di una lato in più, quasi una “tentazione” di distinguersi dai suoi colleghi ambrosiani e lombardi.
Le differenze, la molteplicità, i dati imprevisti, ancora una volta si dimostrano singolare ricchezza del romanico. E Agliate ne è ulteriore conferma. Una disomogeneità che imprevedibilmente, paradossalmente, si converte in unità. Proprio come la comunità dei cristiani, in fondo: tanti carismi, molte idee, un’unica Chiesa.

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