Redazione

testo e foto di Luca Frigerio
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Un sogno. Attorno verdi montagne e le cime innevate delle Grigne sopra Bellagio. In basso i riflessi metallici, bluastri, del lago appena increspato da una brezza leggera. E davanti a noi una bianca dimora principesca, elegante, armoniosa nelle forme, nobile nelle linee. L’abbraccia un giardino da fiaba, dove tutto può forse succedere, dove nulla è scontato, tra la meraviglia di aiuole fiorite e piante secolari, nello stupore di scorci inattesi e di sentieri di silenziosa bellezza. Villa Carlotta ha nome questo incanto, a Tremezzo, sulla sponda occidentale del Lago di Como. Andare più oltre non si può, neppure volendolo. In quest’angolo del Lario ci si deve fermare per forza, a respirare, ad ammirare. A immaginare. «Bella, vero?». Una voce un po’ roca, ma gentile, ci sorprende alle spalle. È un vecchio dalla corta barba bianca, un cappello dalle larghe falde, sgualcito, macchiato, a nascondere lo sguardo. «Sa», dice come per giustificarsi, «è tanto tempo ormai che sono qui, eppure ancora riesco a stupirmi…». Abbozziamo un sorriso, incerti, sorpresi. «Lei è del posto?», proviamo a buttare lì. «Potremmo dire così», risponde il nostro misterioso interlocutore, mentre divertito estrae una lucida pipa dal grembiule di pesante tessuto che ha legato in vita. «Allora, magari, ha qualche storia da raccontarci…», diciamo più per cortesia che per convinzione, mentre con gli occhi cerchiamo una via di fuga, discreta e non offensiva. «Certo, certo…», sussurra come a se stesso il vecchietto. «Ma a voi cosa interessa, in particolare?». «L’origine…», balbettiamo in un imbarazzo crescente. «L’origine di questo posto. Ecco, sì: lei sa com’è nata villa Carlotta? Chi l’ha voluta? E perché ha un giardino così bello?». Ora ride, l’uomo dal capello, e tossisce, portandosi una mano al petto. «Uh, quante cose volete sapere…». Ma invece di cominciare a raccontare, il suo sguardo indugia sul parco, sbuffando nuvole di tabacco aromatico. «Sono stati i Clerici», dice poi, all’improvviso, strappando alcune foglie secche da una vicina siepe. «I Clerici?». «Sì, la famiglia Clerici, mercanti lariani che dal Quattrocento si sono arricchiti con il commercio dei tessuti e che poi sono diventati illustri membri del patriziato ambrosiano. Non ne avete mai sentito parlare?», dice osservandoci con aria di bonario rimprovero. «Beh, sì… Avevano palazzi e ville anche a Milano, se non ricordiamo male». «E non solo lì. I Clerici, da quando avevano cominciato a prestar denari al ducato, avevano messo insieme una fortuna colossale, in terreni e prestigio», spiega l’uomo, alzando eloquentemente un sopracciglio. «Fu Giorgio Clerici, alla fine del Seicento, a far costruire questa villa, proprio là dove i suoi avi erano stati semplici pescatori». «Un rifugio dorato, cioè», lo interrompiamo noi, volendo mostrarci ben informati. «Ma quale rifugio e rifugio!», sbotta il vecchietto agitando la pipa. «Questa era una villa di delizie». «Ovvero?». «Ovvero una villa dove organizzare feste grandiose, con centinaia di invitati, principi, dame del gran mondo e teste coronate, in un susseguirsi di danze e pranzi luculliani, tra divertimenti e sorprese d’ogni genere». «E da allora qui nulla è cambiato, giusto?». «Sbagliato», ci corregge ancora l’inaspettato cicerone. «Perché la villa fu comprata nel 1801 da Gian Battista Sommariva, avvocato ricchissimo e amico di Napoleone. Un bel soggetto, ve l’assicuro». «Perché, scusi, cosa ha fatto?». «I suoi interessi, soprattutto, mischiandoli un po’ troppo con quelli della collettività… Era arrivato perfino a essere nominato vicepresidente della neonata Repubblica Cisalpina, ma la sua gestione non proprio cristallina della cosa pubblica lo costrinse infine ad abbandonare la vita politica».

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