Redazione

di Luca Frigerio

Che a Milano ci sia un Palazzo Reale è noto a molti, se non a tutti. Così come tutti, o quasi, sanno dove si trova: nel centro del centro della città, all’ombra – letteralmente! – del Duomo. Eppure, quanti potrebbero dire di conoscerlo? Chi saprebbe raccontare qualcosa della sua storia? O chi, ancora, sarebbe in grado di descriverne qualche particolare architettonico? Pochi, probabilmente. Le scusanti, tuttavia, non mancano. Poco lo si nota, innanzitutto, perché – come sempre a Milano – si va di fretta, anche attraversando Piazza Duomo. E se pure si alza la testa, è per lanciare uno sguardo alla guglie della cattedrale, non certo per squadrare la piatta mole dell’edificio che le sorge a lato. Che, del resto, bello davvero non è. Almeno non di una bellezza appariscente, e neppure emozionante. “Sobrio” è forse l’aggettivo che meglio s’adatta al real palazzo milanese: una teoria di finestroni simmettrici, vuote orbite a cui non ci si aspetta che qualcuno s’affacci. Tanto meno principi e principesse. L’interno, poi, è un vero mistero. Molti, probabilmente, hanno visitato alcune delle sue sale, in occasione di mostre e rassegne. Ma anche in quelle circostanze poco, pochissimo la nobile dimora ha concesso alla vista, le pareti celate dal buio o da pesanti tendaggi. Una ritrosia, d’altra parte, imposta dalle ferite dell’ultima guerra, dai bombardamenti aerei dell’estate del 1943, che, accanendosi sul capoluogo lombardo, devastarono anche questo luogo. Per fortuna, comunque, si annunciano giorni migliori per Palazzo Reale. Stanno per concludersi, infatti, i lunghi lavori di restauro, che, se non riporteranno l’edificio al suo antico splendore, permetteranno tuttavia una sua maggiore godibilità, recuperando spazi pregiati e prestigiosi ambienti. E Giuseppe Piermarini, crediamo, ne sarebbe contento. Perché? Ma perché fu proprio l’architetto che realizzò il ben più celebre Teatro alla Scala a dare a Palazzo Reale quello che è ancor oggi il suo aspetto… A Milano il Piermarini era giunto in punta di piedi, agli inizi del 1769. Ma nonostante il suo nome non fosse tra i più noti, il governo asburgico aveva da sottoporgli un problema delicato: la sistemazione di quel vecchio palazzo che allora si chiamava ancora “Ducale”, e che sorgeva a ridosso della cattedrale. Tanto a ridosso che chi doveva risiedervi, si malignava alla corte di Vienna, faceva la figura del sacrestano del Duomo… In verità, l’anziano e riverito Vanvitelli, l’ideatore della Reggia borbonica di Caserta, aveva già proposto una sua soluzione: demolire tutto e costruire una nuova, grandiosa residenza pricipesca. Ma il progetto non era piaciuto all’imperatrice Maria Teresa, che l’aveva trovato troppo lungo da realizzare e, soprattutto, troppo costoso. L’idea del Piermarini, invece, era semplice quanto geniale. L’architetto folignate, infatti, fece abbattere la parte dell’edificio che incombeva sul Duomo e poi, con un investimento contenuto, trasformò il cortile retrostante in una piazzetta, adiacente ma indipendente rispetto al sagrato della cattedrale. Il lato di fondo del cortile d’onore diventò così la nuova facciata del Palazzo Ducale, fiancheggiata da due ali e ritoccata secondo i moderni canoni estetici che stavano diffondendosi in Europa, quelli neoclassici. E Maria Teresa, da donna pratica qual era, ne fu soddisfatta. Anche a Napoleone la rinnovata reggia ambrosiana piaceva molto. Ne prese possesso, in nome della neonata Repubblica, il giorno stesso del suo ingresso trionfale a Milano, il 15 maggio 1796. E mentre un gruppo di musici intratteneva gli ufficiali d’oltralpe con inni e arie patriottiche che i milanesi non avevano mai sentito prima, il giovane Bonaparte passava di salone in salone ammirando le raffinate decorazioni di Giocondo Albertolli e i solenni affreschi di Martin Knoller. Affreschi i cui soggetti erano stati suggeriti per lo più da un illustre poeta, l’abate Parini, che dagli antichi trofei e dagli archi trionfali romani aveva tratto un imponente repertorio di emblemi e allegorie per rielaborarli in un nuovo linguaggio dai forti contenuti etici e civili. A questi Napoleone, una volta incoronatosi imperatore, fece aggiungere ad Andrea Appiani un ampio fregio celebrativo delle sue gesta italiche. Il pittore lombardo cercò di soddisfare al meglio il suo potente mecenate, e vi riuscì, in verità, evitando quella retorica che ormai circondava a ogni passo il Bonaparte e dando invece alla sua opera un inconsueto tono realistico-descrittivo che parve allora davvero rivoluzionario.

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