Secondo il cardinale Scola si tratta di passare dall’attenzione al “perché” si fa qualcosa al “per chi” la si fa

Marco DA PONTE
Direttore del Centro di studi teologici “Germano Pattaro” e docente allo Studium Generale Marcianum

Non è facile offrire in breve spazio un’illustrazione del pensiero teologico del cardinale Scola, tali sono la vastità e la profondità dei temi trattati nei suoi libri e nei numerosi interventi e discorsi. Mi limiterò quindi a indicare taluni punti che la mia sensibilità mi ha permesso di cogliere.

Un tema che egli condivide con uno dei suoi grandi maestri, Giovanni Paolo II, è il riconoscimento della corrispondenza tra la Rivelazione e le strutture antropologiche fondamentali: questa tesi trova la sua origine nell’affermazione conciliare che Cristo «svela pienamente l’uomo all’uomo» (Gaudium et spes 22). In tale prospettiva è possibile, secondo Scola, ritrovare il disegno di Dio sull’uomo a partire dall’esperienza umana elementare, nella quale sono impresse le tracce di tale disegno. Nello stesso tempo, la Rivelazione chiarisce i termini della problematicità che caratterizza la condizione umana, perché indica in Cristo la destinazione che essa ha.

Ciò non significa, come Scola sovente ripete, che l’esistenza degli uomini venga con ciò messa al riparo dalla sua intrinseca drammaticità e dalle sue “polarità” costitutive (uomo/donna, anima/corpo, individuo/società); esse rimangono, invece, come tensioni che trovano però una “stabilizzazione” e un senso positivo nel riferimento a Cristo. Cristo, infatti, è «l’universale concreto»: universale, in quanto unico Salvatore di tutti e unico rivelatore di chi davvero sia l’uomo; concreto, perché Cristo è una persona che ciascuno può incontrare nella propria vita e che entra in relazione concretamente ed esistenzialmente con ciascuno.

Questo chiarisce perché Scola spesso ed energicamente nel suo magistero episcopale sia ritornato sulla necessità di ricentrare la vita di fede su Cristo. Non si tratta solo di dare motivazioni più salde al proprio impegno pastorale e di testimonianza; si tratta di passare dall’attenzione al “perché” si fa qualcosa al “per chi” la si fa: per Cristo, perché Cristo è il motivo fondamentale del nostro vivere. L’incontro concreto con Cristo avviene nella Chiesa, alla quale perciò bisogna guardare non soltanto come a un’istituzione, ma nemmeno come a un’entità collettiva, perché la Chiesa è “qualcuno” non qualcosa, sono delle persone concrete, dei volti di fratelli e sorelle. Alla Chiesa ci si deve rapportare, quindi, «a partire dalle anime», come Scola usa dire con un’espressione di Romano Guardini.

Di più: la Chiesa non è solo una comunità composta di soggetti, è essa stessa un soggetto unitario, come egli esplicita nel titolo del suo libro Chi è la Chiesa?. Nella Chiesa l’unità è dunque la dimensione prioritaria, perché essa è lo specchio dell’unità della Trinità. Ciò non è da intendersi come uniformità: una delle espressioni da lui più usate al riguardo suona «pluriformità nell’unità». La formula è chiara: all’unità va data la priorità, perché essa non è il frutto della nostra buona volontà e del nostro impegno, ma ci viene donata da Cristo. Il Cardinale ha spesso puntualizzato l’importante implicazione che investe l’ecumenismo: la Chiesa è una e unita e sussiste nella Chiesa cattolica (Lumen Gentium 8); sono i cristiani a essere divisi. Ciò non significa che l’encomiabile e sincero impegno ecumenico sia inutile, ma lo colloca nella prospettiva corretta.

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