Il cardinale Scola, presso l’Università Cattolica, ha concluso i Lavori del Seminario di studi “Una scuola libera ci aiuta a crescere”, promosso in preparazione alla 34a edizione dell’Andemm al Domm. L’Arcivescovo ha evidenziato la necessità di considerare il problema scuola non solo un tema “per addetti ai lavori”

di Annamaria BRACCINI

Andemm al Domm Cattolica

Mettersi in rete, trattare il problema dell’educazione e, in esso, delle scuole paritarie di ispirazione cattolica, in modo complessivo e coerente, confrontarsi tra le diverse componenti in modo serrato. E tutto questo per rilanciare la riflessione e l’entusiasmo collettivi sul tema di una scuola autenticamente libera e non cadere in una sorta di stanchezza, come se fossero solo questioni per “addetti ai lavori”. 
A dirlo con chiarezza, concludendo il Convegno “Una scuola libera ci aiuta a crescere”, promosso in “Cattolica”  come preparazione alla 34a edizione dell’Andemm al Domm,  è il cardinale Scola. 
Una decisione, questa, dell’articolazione in due momenti – quello del Seminario di studio e quello della Marcia vera e propria – voluta dall’Arcivescovo stesso e dal Servizio la Pastorale Scolastica della Diocesi: apre, infatti, l’Assise il Vicario di settore, monsignor Pierantonio Tremolada e conduce i Lavori, il responsabile del Servizio, don Gian Battista Rota. 
«Sentivamo l’esigenza di riprendere l’esperienza di riflessione e di confronto che già è in atto tra voi», spiega l’Arcivescovo rivolgendosi ai docenti, genitori, responsabili di Associazioni e dirigenti scolastici presenti. «Questo è l’unico modo per dare entusiasmo, soprattutto in un momento nel quale le spese sempre in aumento e la crisi delle vocazioni religiose creano molte chiusure di nostri Istituti. Stiamo cercando, infatti, di fare di tutto per ridurre il più possibile la cessazione di scuole materne e delle Superiori che subiscono, con il calo demografico, anch’esse pesanti difficoltà. Dobbiamo continuare con forza a perseguire i cammini che sono nati e che non sono sentieri interrotti, ma che possono fin d’ora restituire alla scuola paritaria il peso che le compete, mostrando al Paese il vantaggio sociale di questa esperienza che è tra le poche che i cittadini italiani portano avanti a proprie spese. Fare scuola cosi deve essere almeno un diritto minimo. Credo che il cambiamento rapido e tumultuoso, che è in atto in questo passaggio di millennio, deve aiutarci a comprendere che il sorgere problemi che non conoscevamo fino a vent’anni fa non deve nascondere questioni di lunga data», come è appunto quella della scuola libera. 
E di fronte a un certa apatia sul tema, che emerge da alcuni interventi al dibattito, il Cardinale nota: «Si corre il rischio che la preoccupazione sia solo tra gli “addetti ai lavori”», mentre proprio in un congiuntura in cui «il diritto e l’economia paiono essere gli unici linguaggi che hanno peso, occorre che gli interventi debbano essere perseguiti da tutte le espressioni della scuola cattolica in termini tematici, organici e critici. Ciò significa che devono essere trattati insieme, attraverso un lavoro di rete e di paragone serrato con l’enorme bisogno educativo che il Paese ha e che è sotto gli occhi di tutti. La scuola, da quella materna all’Università, resta un fattore tra i più determinanti per l’educazione dei nostri bambini e dei giovani». 
Arriva, così, l’appello: «Mettetevi in rete con l’associazionismo sia storico che recente. È come se fossimo entrati in una nuova fase per cui la libertà di educazione deve divenire un fattore oggettivo di quelle libertà realizzate che si stanno contraendo a fronte di un moltiplicarsi delle leggi che non vanno affatto nella direzione di una civiltà dei diritti e, appunto, delle libertà compiute».
Evidente, nelle parole dell’Arcivescovo, il richiamo all’approfondito intervento della professoressa Luisa Ribolzi, attenta conoscitrice del mondo della scuola e facente parte anche di alcune Commissioni ministeriali del Dicastero dell’Istruzione. «Il punto centrale che orienta la riflessione sull’educazione è il legame forte fra la scuola, la famiglia e la comunità, che dovrebbero collocarsi su un piano di pari responsabilità nella formazione dei giovani. Se accettiamo questo punto di partenza, la domanda, di fronte a un “popolo in cammino” metaforico e reale verso il Duomo, è, oggi, fondamentalmente una: la scuola libera, che per sua natura è la più qualificata per realizzare questa solidarietà, è messa in condizione, nel nostro Paese, di svolgere il suo ruolo?». Questo l’avvio di Ribolzi, che aggiunge: «Qualche passo in direzione di una maggiore autonomia delle scuole è stato fatto, anzi si può dire che, sulla carta, a partire dal 1993, l’autonomia sia la direttrice di riforma più importante nell’amministrazione dell’istruzione». E quantunque, con la legge 62/2000, si sia avuto il riconoscimento dell’esistenza di un sistema scolastico nazionale composto di scuole statali autonome e da scuole paritarie, molta è ancora la strada da fare per «modificare uno status quo che dura da troppo tempo e che è radicato in pregiudizi difficili da rimuovere».
Appunto, che fare, allora? «Valorizzare le esperienze positive, le buone pratiche realizzate nel sistema paritario e operare, in secondo luogo, un intervento culturale – probabilmente il più difficile – avviando pratiche diffuse di sussidiarietà, come efficace strumento di costruzione della cittadinanza, perché così parte un processo dal basso, anziché dall’alto». 
Infine, l’azione cruciale sul piano politico, che ancora troppo spesso vede «la scuola paritaria come un come un “incidente di percorso”, un “errore”, all’interno di un sistema di istruzione che è – e tale deve rimanere – esclusivamente statale». 
Da qui alcune precise richieste: «che la normativa tenga conto che non si può chiedere alla scuola paritaria l’applicazione obbligatoria di aspetti organizzativi caratteristici della scuola statale finalizzati alla razionalizzazione della spesa dello Stato; che si tenga conto che, per le paritarie, lo Stato non è gestore, ma regolatore e che, quindi, non si possono applicare a tali scuole norme pensate per le scuole di Stato, a cui le paritarie sono tenute, giustamente, ad adeguarsi, ma a loro spese. In terzo luogo, che non è possibile prendere decisioni o emanare norme che si riferiscono alla scuola paritaria se non sui tiene conto del parametro corretto che è il servizio pubblico essenziale da loro erogato. Basti solo pensare al differente trattamento della tassa rifiuti nei comuni (pro-capite per la scuola statale, a metri quadrati per le paritarie), all’Imu, al sostegno all’handicap differente per uno studente a seconda che frequenti una scuola statale o paritaria. 

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