Dagli «hotspot» allo status in base alla nazionalità, i problemi aperti evidenziati dal direttore don Roberto Davanzo: «Si rischia di condannare queste persone alla clandestinità, alla mercé di organizzazioni criminali»

di Pino NARDI

Don Roberto Davanzo

La Caritas lancia un grido d’allarme sulla scelta europea di creare gli hotspot, strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte di rifugiati e migranti. Infatti c’è più di qualcosa che non va. Ne parliamo con don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana.

La politica degli hotspot funziona o no? Quali sono i problemi aperti?
Non abbiamo hotspot sul territorio lombardo. Però è vigile l’osservatorio della Caritas Italiana a livello nazionale. Questa scelta dovrebbe garantire agli altri Paesi europei un filtro adeguato, sulla base della distinzione tra i cosiddetti rifugiati e richiedenti asilo da un lato e i migranti economici dall’altro. Già questo pone problemi: uno ha il diritto di essere ospitato e protetto se è perseguitato, se si trova in una situazione di guerra, ma se non ha da mangiare, se i cambiamenti climatici hanno reso totalmente arido il suo territorio da non permettere di trarre il necessario per sopravvivere, allora dobbiamo rispedirlo a casa, perché non ha diritto di essere protetto. Questa distinzione è discutibile, finalizzata a placare le preoccupazioni della cittadinanza. Si è fatto notare che in Lombardia solo il 50% di chi si è presentato alle Prefetture ha ricevuto lo status di rifugiato, l’altro 50% è stato “diniegato”. Non dobbiamo illuderci che essere “diniegati” significa che queste persone se ne tornano a casa. Negli hotspot, se non sei riconosciuto come portatore del diritto di ospitalità, di accoglienza, di protezione umanitaria ricevi un foglio di via che prevede che entro 15 giorni ti devi presentare all’aeroporto di Fiumicino, comprare un biglietto e tornartene a casa. Che è esattamente condannare queste persone a una presenza clandestina sul nostro territorio, diventando preda delle organizzazioni criminali, perché uno deve sopravvivere e per farlo si attacca a tutto quello che gli offre un qualche reddito. Quindi non illudiamoci che la distinzione tra rifugiati politici, profughi e migranti economici possa essere una soluzione.

C’è un ulteriore problema: lo status di rifugiato in base alla nazionalità di provenienza…
Infatti, l’altra questione che rischia di produrre luoghi di illegalità, è legata al fatto che si ragiona in termini di nazionalità, invece di un’analisi puntuale sulla persona. Se sei un nigeriano, d’ufficio non hai diritto, perché non sei considerato un perseguitato, non comprendendo le effettive motivazioni che lo hanno spinto a fuggire. Questi provvedimenti di rifiuto (il 75% delle richieste) rischiano di negare un principio basilare previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce che per il riconoscimento della protezione conta la situazione individuale, la personale esposizione a persecuzioni e violenze, quindi non l’appartenenza a questa o a quella nazionalità.

Molto spinoso anche il capitolo minori…
Esatto, c’è la questione di minori non accompagnati che, erroneamente identificati come maggiorenni, hanno avuto il decreto di respingimento. Dunque anche l’incapacità di tutelare i minorenni diventa un ulteriore motivo di preoccupazione rispetto al non riconoscimento del diritto internazionale.

A Est si registra la chiusura dei confini in Macedonia, Slovenia, Croazia, mentre la Grecia è messa male. Rischia di collassare il concetto di Europa…
Certo, l’Europa è riuscita tutto sommato a portare a casa una soluzione dignitosa per la Grecia. Invece sul fronte dei migranti e dei rifugiati davvero rischiamo nel giro di pochi mesi di annullare con un colpo di spugna un lavoro di decenni, che ci ha portato a sognare gli Stati Uniti d’Europa, ad abbattere le frontiere, ricavandone peraltro straordinarie opportunità commerciali. Quindi la logica difensiva, egoistica, nazionalistica sta davvero destrutturando anni di sogni e di lavoro. Questo ci interroga e ci inquieta: per quale motivo questi Paesi hanno chiesto di entrare in Europa e adesso non ne vogliono “pagare” anche le conseguenze? Non c’è nessuna situazione che non abbia un prezzo, nessuna possibilità di crescita che non abbia un costo da sostenere. È chiaro che a parziale giustificazione di questi Paesi che si stanno rinchiudendo dentro i loro fili spinati c’è una debolezza complessiva della politica europea rispetto ai rifugiati. Pensiamo ai miliardi che siamo disposti a versare alla Turchia. Vuol dire che teorizziamo che possa diventare un immenso campo di concentramento, assegnandogli un lavoro sporco come in precedenza è successo con la Libia di Gheddafi. Cerchiamo di allontanare la logica del filo spinato da noi, però lo mettiamo in Turchia. È come nascondersi dietro a un dito.

In cosa la politica europea manifesta la sua debolezza maggiore?
La vera debolezza riguarda la capacità di essere, all’interno dei conflitti del Medio Oriente e del Nord Africa, piuttosto che una presenza caratterizzata da un sempre fiorente mercato delle armi, una presenza invece di pacificazione, di mediazione politica, capace di ricomporre tensioni, di riconoscere il diritto all’esistenza di tante realtà. È questa l’incapacità dell’Europa di avere una voce forte, autorevole, ascoltata, efficace in questi scenari.

Però sul fronte interno è forte la paura dei populismi che montano…
È così. Credo anch’io che le logiche isolazionistiche si giustificano con il timore di chi governa di non dare adito ai sempre risorgenti fenomeni di nazionalismo isterico. Nel clima culturale attuale, dove il mondo è senza più confini, in una connessione globale permanente, con mercati che hanno bisogno dell’abbattimento delle barriere, diventa davvero miope teorizzare ancora la logica nazionalistica, immaginando così che a casa nostra non saremo toccati dai problemi e potremo vivere felici e contenti. Abbiamo voluto un mondo senza barriere e senza confini. E qualche prezzo lo dobbiamo pagare.

 

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