A questo tendono i piccoli passi e i semplici gesti d’accoglienza rivolti dai fedeli dell’Ascensione di Monza e di San Luca Evangelista a Milano nei confronti dei richiedenti asilo ospitati in alloggi parrocchiali. Parlano don Marco Oneta e don Carlo Doneda

di Filippo MAGNI

A San Biagio a Monza l’integrazione inizia con le saldatrici, i martelli, i pennelli. I 6 richiedenti asilo politico ospiti della Comunità pastorale dell’Ascensione hanno iniziato a lavorare proprio in questi giorni nelle officine dei carri di Carnevale. La sera, insieme a un gruppo di papà, danno forma ai divertenti carrozzoni, grotteschi e colorati. «Mettono a frutto le loro competenze tecniche: sanno lavorare», conferma il parroco don Marco Oneta.

Il gruppetto di uomini, provenienti da Mali, Gambia e Costa d’Avorio, è arrivato in parrocchia a fine novembre. «Abbiamo iniziato a pensare all’accoglienza a seguito dell’invito del cardinale Scola, ribadito pochi giorni dopo da papa Francesco», ricorda il sacerdote, che ne ha parlato in Consiglio pastorale il 10 settembre «ricevendo un’approvazione unanime». Da lì il contatto con la Caritas monzese e con il Consorzio Comunità Brianza: «Questi ultimi si occupano degli aspetti burocratici, legali, giuridici: sono l’ente a cui abbiamo formalmente dato l’alloggio in comodato gratuito – spiega il parroco -. La Caritas, invece, offre soprattutto un supporto pastorale». Le procedure che hanno portato i richiedenti asilo in parrocchia il 19 novembre non sono state complesse, «o almeno – chiarisce don Oneta – non lo sono state per noi, che abbiamo affidato tutto nelle mani della Caritas, preparandoci solo all’accoglienza».

Il compito della Comunità pastorale dell’Ascensione (composta dalle parrocchie di San Biagio e San Pio X, «è stato fornire un alloggio e favorire una condizione di accoglienza e relazione». Parroco e fedeli guardano molto al presente, un po’ al futuro, quasi per nulla al passato. «Incrocio i migranti quasi tutti i giorni e ci salutiamo – conferma -, ma non saprei dire quali storie, probabilmente tragiche, hanno alle loro spalle. Sono arrivati da poco e non ci sembra giusto far rivivere loro nella memoria il distacco dalla famiglia, la difficoltà del viaggio, le sofferenze vissute. Sono persone molto discrete, il loro pensiero principale è portare a termine l’iter per l’asilo politico, mentre qualcuno sta anche studiando per completare il percorso della licenza media».

La parrocchia progetta piuttosto piccole occasioni quotidiane. A turno un gruppo di fedeli visita ogni giorno i richiedenti asilo, anche per aiutarli ad allenare la lingua italiana che stanno imparando nella scuola statale situata accanto al Duomo, a 15 minuti a piedi da casa. Prova che l’accoglienza è stata positiva, ma non sono mancate alcune polemiche. Su temi ricorrenti, vale a dire sul perché l’alloggio non sia stato dato a italiani e se dietro alla solidarietà non si nasconda un’operazione di profitto sulla pelle dei migranti. «Ho voluto subito sgombrare il campo dai dubbi – spiega don Oneta -, causati forse anche dal fatto che siamo stati la prima parrocchia della città in cui sono arrivati i richiedenti asilo: avevamo libero e già pronto l’ex appartamento dove abitavano il sacrestano e la sua famiglia». Sul giornale parrocchiale il sacerdote ha spiegato che, per rendere nuovamente utile quell’appartamento vuoto, erano attivi contatti con due associazioni che danno ospitalità ai parenti dei malati dell’ospedale San Gerardo, ma queste si sono poi tirate indietro. Inoltre la parrocchia da anni ha messo a disposizione di Monza Ospitalità (in comodato gratuito) un appartamento in via Boito per arginare l’emergenza casa. Non un euro, al di là del pagamento delle utenze, entra in parrocchia: «Nei profughi vogliamo servire Dio, non Mammona», sintetizza il parroco.

I prossimi passi saranno «rafforzare la relazione tra la comunità e i migranti – anticipa don Oneta -. Lo stile è quello del coinvolgimento, come è accaduto per esempio l’ultimo dell’anno, quando i nostri ospiti hanno cenato insieme alla parrocchia: è stato un bel momento di integrazione». La politica è quella dei piccoli passi, «per proporre loro sempre più iniziative che li aiutino a inserirsi nel territorio». Come aiutare nella costruzione dei carri, per festeggiare il Carnevale che a Monza, città di rito romano, sarà domenica 7 febbraio.

Alla parrocchia San Luca Evangelista di Milano, invece, i migranti sono arrivati come regalo di Natale. «Poco prima del 25 dicembre abbiamo accolto una famiglia di nigeriani: papà, mamma e quattro figli – spiega il parroco don Carlo Doneda -. Il più piccolo ha pochi mesi, è nato in Italia». Si inseriscono in una comunità che esercita l’accoglienza da tempo. «Abbiamo messo a disposizione diversi appartamenti – prosegue il sacerdote – per i ragazzi in difficoltà seguiti dall’associazione Kairos, i senza fissa dimora e i papà separati».

I richiedenti asilo alloggiano nella casa parrocchiale, accanto alla chiesa, a un piano di distanza dal parroco. «Anche a causa delle vacanze natalizie non abbiamo ancora avviato iniziative specifiche – prosegue -, ma i parrocchiani si sono subito messi a disposizione: al suo arrivo la famiglia nigeriana ha trovato il pranzo già pronto in tavola». Piccoli gesti di accoglienza e riconoscimento di un bisogno, come l’aver destinato il gesto di solidarietà di Avvento a questo progetto. «Abbiamo raccolto 8.800 euro che saranno utilizzati per pagare le bollette dell’appartamento – afferma don Doneda -. Accogliere chi ha bisogno non significa, come accusa qualcuno, fare carità a spese dello Stato». Le parrocchie accolgono, afferma don Doneda, e rispondono all’invito del cardinale Scola e del Papa: «Purtroppo i tempi sempre troppo lunghi delle pratiche burocratiche hanno un po’ nascosto questa realtà a chi ha voluto frettolosamente parlare di appello inascoltato».

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