Scomparso a 84 anni, nel Milan vinse quattro scudetti e la Coppa dei Campioni, in Nazionale partecipò come “secondo” al trionfo mondiale dell’82 e conquistò tre titoli europei con l’Under 21. Il ricordo di monsignor De Scalzi

di Mauro COLOMBO

Cesare Maldini

«Buon viaggio Cesare, uomo vero di un calcio vero». Lo striscione-omaggio dei tifosi interisti, in teoria acerrimi rivali, rende bene lo spessore sportivo, umano e anche “epocale” di Cesare Maldini, scomparso a 84 anni nella notte tra sabato e domenica. Alla morte di Johann Crujiff molti hanno sottolineato come “il profeta del gol” sia stato forse l’unico campione capace di essere anche grande allenatore. In campo Maldini non è stato un fuoriclasse all’altezza dell’asso olandese, ma in panchina è stato tecnico di valore.

Esponente della “dinastia” friulana che annovera tra i suoi principali esponenti Nereo Rocco, Enzo Bearzot, Dino Zoff e Fabio Capello, il triestino Maldini esordisce a 21 anni nella squadra della sua città, ma conosce le maggiori fortune col Milan, dove milita fino al 1966, quando passa al Torino: in rossonero vince quattro scudetti e nel 1963, a Wembley, è il primo capitano italiano a levare al cielo la Coppa dei Campioni. Difensore classico ed elegante, privilegia il fioretto al randello, anche se qualche eccesso di stile a volte gli si rivolta contro (le celebri “maldinate”).  

Conclusa la carriera da calciatore, ecco quella da allenatore: prima al Milan come vice di Rocco, poi Foggia, Ternana e Parma. Dal 1980 al 1986 è alla Nazionale, vice di Bearzot, al fianco del quale vive il trionfo mondiale del 1982. Poi passa all’Under 21, con la quale vince tre campionati europei consecutivi. Nel 1996 gli tocca finalmente la Nazionale maggiore, che ai Mondiali di Francia nel 1998 porta a un passo dal beffare i padroni di casa, vincitori nei quarti solo ai rigori e futuri campioni del mondo. Torna al Milan come capo degli osservatori e anche tecnico della prima squadra in situazioni d’emergenza. A 70 anni suonati vola oltreoceano per diventare Ct del Paraguay, che si qualifica ai Mondiali del 2002.

In tutto questo il suo maggiore motivo d’orgoglio sono stati la famiglia e i figli, tra i quali spicca naturalmente Paolo, che l’ha superato per gloria calcistica anche perché è cresciuto alla sua scuola di sport e di vita. La spassosa imitazione di Teo Teocoli l’ha reso personaggio. E il fatto che Maldini non se la sia mai presa per quella bonaria canzonatura attesta le sue qualità umane.

 

 

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