La testimonianza di un amico e compagno di studi, che ha condiviso molto con il futuro Arcivescovo di Milano

Mario MOZZANICA
Docente all’Università Cattolica di Milano

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Ricordo molto bene la sua casa con la ringhiera, per esserci stato più volte, in via S. Antonino a Malgrate. Rivedo lo sguardo penetrante del suo papà e il volto limpido della sua mamma; risento la parola persuasiva del fratello Pietro. Domenica prossima, da Malgrate, essi lo accoglieranno e dal cielo lo accompagneranno sulla strada che porta a Milano.

I ricordi dell’infanzia sono, per me, iscritti e scolpiti in una memoria grata e riconoscente; forse perché lontani nel tempo cronologico essi sono ancora più vivi in quello biografico. È per questo che intercettano e intrecciano ogni stagione della vita, in un tempo – il nostro – ormai orfano del suo passato anche prossimo, nel quale crescono bulimia del presente e anoressia del futuro. Memorie e ricordi, dunque, segnano e disegnano la condivisione – essendo noi coetanei – delle radici di una comune esperienza: la frequenza della scuola media T. Grossi di Lecco, il pranzo a casa mia sul lungolago IV Novembre, quando si doveva tornare a scuola nel pomeriggio; le gare catechistiche diocesane, il percorso all’Università Cattolica e la comune laurea in filosofia con Bontadini (per ambedue sui temi della “filosofia cristiana”); la corrispondenza che ha accompagnato i molti eventi della vita, i non frequenti incontri – peraltro per me molto significativi -, tra i quali mi piace ricordare lo scambio di pensieri nei e sui Convegni ecclesiali di Loreto e di Verona, le chiacchierate in casa di don Roberto Busti.

Mi porto nel cuore la memoria viva (perché ricordare significa evocare le voci e ascoltare le risonanze del cuore) di un’intelligenza rigorosa e vivace, della magnanimità della persona – il cardinale Angelo – che vive con verità, con intimità e con profonda interiorità l’amicizia; molto esigente con se stesso e dunque anche con gli altri.

Auguro al cardinale Angelo di tornare alla sua casa e alla sua terra (che si fa “promessa” nel disegno di Dio), vivendo questo evento come un av-vento (un’“ad-ventura” – direbbe lui – pur sempre promettente e sorprendente, perché vocazione ed evocazione di futuro). L’attesa è già ricolma di quell’affetto e di quell’amicizia che il cardinale Angelo, dal primo giorno, ci ha chiesto come pegno e come dono. Noi vogliamo essere fedeli al suo ministero e al suo magistero. Il nuovo Arcivescovo vorrà e saprà certamente coniugare i verbi ausiliari dell’agire pastorale; vengono da lontano, perché sono dono dello Spirito: ascoltare, accogliere, annunciare, accorgersi, attendere, accompagnare, ammonire…

Mi piace pensare, e dunque ricordare, come augurio e autorità condividano la stessa etimologia: sono ambedue voto e volto di un’auspicata crescita. «Grazie, Angelo, per il dono che tu sei stato, sei e sarai per tutti noi». Il dono del Signore è sempre anticipazione del senso promettente e sorprendente della vita e dunque benedizione e profezia di ogni autentico e definitivo compimento. Anche e soprattutto per questo, allorquando scendono le ombre della sera, il cardinale Angelo continua a farci memoria che sufficit gratia tua.

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