Massimo Franco, autore del libro «Il Vaticano secondo Francesco», anticipa i temi dell’incontro con l’Arcivescovo e Ferruccio de Bortoli

di Pino NARDI

Massimo Franco

«Il Vaticano secondo Francesco. Da Buenos Aires a Santa Marta: come Bergoglio sta cambiando la Chiesa e conquistando i fedeli di tutto il mondo» (Mondadori, 186 pagine, 18 euro; ebook 9,9 euro) è il titolo del nuovo libro di Massimo Franco, inviato e notista politico del Corriere della Sera. Venerdì 12 settembre, alle 18, presso il cinemateatro Palestrina (via Palestrina 7, Milano), il cardinale Angelo Scola e il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli presenteranno il volume in un incontro dal titolo «Papa Francesco. Milano e Buenos Aires, città del cattolicesimo globale». Sarà presente l’autore Massimo Franco, che anticipa alcune riflessioni a Milano Sette.

Bergoglio figlio di una megalopoli dove i problemi sono incrociati e mescolati. Cosa può insegnare a una metropoli come Milano?
Il paradosso è che Milano è una città globale, ma non si capisce fino in fondo che lo è. È un fatto di identità: la Diocesi di Milano, la più grande d’Europa, risente in questa fase del pregiudizio che ha riguardato gli italiani all’ultimo Conclave e più in generale negli ultimi anni agli occhi degli episcopati. Come c’è un modello Buenos Aires ci potrebbe essere un modello ambrosiano, del quale però non si vedono abbastanza i contorni per motivi che prescindono dalla realtà milanese e si legano ai problemi della Chiesa italiana.

L’attenzione strategica verso le periferie del Papa della megacity e la teologia del popolo come possono essere declinate da noi?
C’è una certa somiglianza. Ad esempio, il fatto che il cardinale Scola abbia scelto il cinema Palestrina, una realtà molto popolare di Milano, (tra l’altro mi viene da sorridere perché è una traversa di corso Buenos Aires,,,), dimostra che almeno in alcuni settori c’è la consapevolezza che bisogna cambiare paradigma: cioè che la Chiesa è stata troppo associata al potere negli ultimi anni, in Italia ma non solo, e che quindi bisogna recuperare una dimensione che non è soltanto di povertà. Secondo me, la scelta dei poveri e per i poveri è una cosa importante ma riduttiva. Il problema è l’accessibilità della Chiesa e dei suoi vertici e quindi, in questo senso, credo che le scelte che ha fatto il Papa vengono fortemente recepite, ma in alcuni casi incontrano resistenze.

La fine dell’eurocentrismo cattolico (sulla quale è più volte intervenuto il cardinale Scola) come interpella la Chiesa ambrosiana, avamposto sui temi della secolarizzazione?
Credo che sia un problema che riguarda più ancora che la Chiesa ambrosiana la Chiesa romana, intesa come Vaticano. Negli ultimi anni non c’è stata piena consapevolezza che il baricentro della Chiesa cattolica si era spostato fuori dall’Europa e dall’Italia. Quindi si è pensato che ci potessero ancora essere posizioni di rendita che in realtà non sono state cancellate soltanto dal Conclave, ma dalle dimissioni di Benedetto XVI. Perché quando un Papa rinuncia, vuol dire che tutte le posizioni nella Chiesa sono azzerate; se si dimette un Papa nessuno è sicuro di quello che ha e quindi si riscrive tutto. In questo senso credo che l’Italia abbia sofferto e stia soffrendo ancora di un pregiudizio, che in parte è dovuto alle responsabilità italiane e in parte alla tendenza di alcuni esponenti degli episcopati mondiali di scaricare sull’Italia problemi che in realtà riguardano molti all’interno della Chiesa.

Milano e l’Expo: può essere l’occasione giusta per esprimersi come città del cattolicesimo globale?
Da questo punto di vista l’Expo fino adesso ha segnalato un grande limite: non si capisce bene qual è, al di là dell’aspetto economico, il valore, il paradigma, la piega e il significato che questo Expo deve avere. Da questo punto di vista la Chiesa potrebbe dare indicazioni in termini di valori, dare di più un’anima a questa manifestazione che sinora mi pare non l’abbia espressa pienamente. Insomma, rischia di essere una fiera più che un’Expo.

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