Nella Messa da Requiem per Manzoni, di cui aveva grandissima stima, il maestro che non nascondeva le sue posizioni anticlericali rivela un'inquietudine spirituale che diventa autentica preghiera, come ha evidenziato anche papa Benedetto XVI, con la sua squisita sensibilità musicale. Un "profilo" religioso del compositore di Busseto, nel bicentenario della nascita.

di Luca FRIGERIO

Alessandro Manzoni

«Un po’ ateo», si definiva Giuseppe Verdi in una nota lettera all’editore Ricordi. Una confessione che dovrebbe chiudere la questione, quella della fede e del senso del sacro del grande compositore italiano, prima ancora di affrontarla. Se poi si aggiungono le malcelate antipatie del maestro di Busseto verso certo clericalismo (adombrate in più di una fra le sue opere), i suoi sfoghi al limite del nichilismo («Penso che la vita è la cosa più stupida e, quel che è ancora peggio, inutile», scriveva ad esempio all’amica Maffei), la sua prostrazione per le disgrazie senili di Alessandro Manzoni, l’uomo che più di ogni altro ammirava («Se vi fosse una Provvidenza, credete voi che scatenerebbe tante sventure sulla testa di un Santo?», andava dicendo sconsolato), il “ritratto” di un Verdi agnostico sembrerebbe già tracciato.

Eppure, proprio nell’occasione del bicentenario della nascita, qualche domanda sarà opportuno farsela, riguardo alla sensibilità religiosa di questo grande italiano. A partire magari proprio da quel “un po’”, messo prudentemente davanti ad “ateo”, quasi a mitigare la forza devastante e definitiva di una simile ammissione, come a lasciare ancora uno spiraglio aperto alla Grazia e al Mistero. Soffermandosi, per di più, sulle ragioni di quel legame fraterno proprio con un uomo come il Manzoni, credente di una fede adulta, consapevole, motivata. E soprattutto cercando di capire cosa ci dice la sua musica, ancor oggi, a proposito delle fondamentali domande sul destino umano, riguardo ai tormenti di un animo unanimemente considerato eccezionale, all’amore come forza del mondo, alle sue paure, alle sue speranze…

Quanti successi ebbe nella sua lunga vita, Giuseppe Verdi. Pochi altri possono forse vantare gli onori, gli elogi, i riconoscimenti che ancora vivente gli furono tributati. E persino l’affetto del pubblico, la stima dei colleghi. Eppure anche a lui non furono risparmiate amarezze e delusioni. E perfino tragedie familiari, come la morte della prima, amatissima moglie e dei suoi due figli, in tenera età. Drammi che non possono non aver lasciato il segno non solo nella sua arte, ma anche nella sua concezione esistenziale, nel suo rapporto con il mondo.

Anche la scomparsa dell’autore dei Promessi sposi, nel 1873, fu vissuta da Verdi con smarrimento e angoscia. Il compositore si offrì di onorarne la memoria con una Messa da Requiem, in quella che molti considerano una delle sue creazioni più alte: l’estremo omaggio di un genio ad un altro genio. Ma anche molto di più: la risposta ad un’esigenza artistica, interiore e spirituale, che il confronto con la statura umana e cristiana del grande scrittore aveva suscitato in lui.

L’ha recentemente sottolineato, fra la sorpresa di molti, lo stesso papa Benedetto XVI. «Giuseppe Verdi scrive questa Messa, che ci appare come un grande appello all’Eterno Padre, nel tentativo di superare il grido di disperazione davanti alla morte, per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera», osserva infatti il pontefice teologo, dalla squisita sensibilità musicale. Che aggiunge: «Questa cattedrale musicale si rivela coma la descrizione del dramma spirituale dell’uomo al cospetto di Dio Onnipotente, dell’uomo che non può eludere l’eterno interrogativo sulla propria esistenza».

Verdi, com’è noto, aveva allora già deciso di ritirarsi dalla scena pubblica, di non scrivere più nulla. Ma quel Requiem per commemorare l’amico Manzoni gli diede come un nuovo impulso di vita: «Io lavoro alla mia Messa e proprio con gran piacere – scriveva quasi sorpreso di se stesso al librettista Camille du Locle -. Mi pare di essere diventato un uomo serio e di non essere più il pagliaccio del pubblico…». Come l’inizio di una nuova stagione compositiva, che proseguì e si concluse proprio con altra musica religiosa, i Pezzi sacri.

Se sia stata autentica conversione non spetta a noi dirlo, né mai probabilmente sarà dato saperlo. Eppure anche quel sacerdote che il maestro “mangiapreti” volle al suo capezzale nell’ultimo respiro può forse suggerirci qualcosa. E ancor più quel sussulto di un cuore inquieto, che nel suo stesso Requiem mormora e invoca: «Libera me, Domine. Libera me».

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