Secondo il Vicario generale è questo l'atteggiamento con cui vivere le Veglie di Pentecoste che la Cei ha chiesto di dedicare ai martiri contemporanei. Il Servizio per la Pastorale liturgica sta preparando un testo apposito

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Mario Delpini

Una Veglia da vivere nella preghiera e nel ricordo di chi ha perso tutto, fino a dare la vita, per la propria fede. Sabato 23 maggio, infatti, la Veglia di Pentecoste, su proposta della Conferenza Episcopale Italiana, sarà dedicata “ai martiri nostri contemporanei”. Al di là delle differenze, si può ormai dire, infatti, che un luogo di incontro, tragico e condiviso da tutti i cristiani, c’è già ed è la persecuzione. «Esiste un legame forte – ha detto, proprio in questi giorni, il Papa ai membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica – che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano».

Come si articolerà la Veglia in Diocesi? Lo spiega il vicario generale, monsignor Mario Delpini: «Non si svolgerà un’unica Veglia diocesana, ma saranno molte, come tradizione, le celebrazioni in singole parrocchie, nelle Comunità pastorali e a livello di Decanato. A tale scopo, il Servizio per la Pastorale liturgica sta preparando un testo apposito di preghiera per sottolineare il tema dei cristiani martiri nel mondo».

Il 23 maggio sarà anche il giorno in cui verrà beatificato monsignor Romero, ucciso nel 1980 addirittura sull’altare. È fondamentale pregare, ma occorre anche dare la propria testimonianza, come dice spesso il cardinale Scola…
Certamente, se la preghiera è intesa solo come una sorta di “delega” a Dio, è chiaro che non si tratta della preghiera cristiana che, al contrario, è sempre un colloquio con il Signore per essere disponibili a fare la sua volontà. Quindi, l’atteggiamento con cui vivere la Veglia, attraverso la sensibilizzazione verso la situazione dei nostri fratelli perseguitati, è, appunto, quello della testimonianza. Una dimostrazione di come i cristiani non vogliano mai cedere alla vendetta, rafforzando, anzi, il coraggio di soffrire, secondo la straordinaria testimonianza del martirio.

La situazione è sempre più drammatica?
Riceviamo quasi quotidianamente informazioni da Vescovi del Medio Oriente e africani. Quanti sono testimoni diretti delle persecuzioni raccontano di una condizione davvero insostenibile dei moltissimi che devono affrontare deportazioni e spostamenti obbligati o vessazioni di ogni genere per potere almeno sopravvivere. L’evidenza è che questo andamento si stia intensificando.

 

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